borgo Gigino gattuso – petilia

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VacuaMoenia.net · Borgo Gattuso – Petilia

Nacque in Caltanissetta il 2 aprile 1903 dal Cav. Salvatore e Amato Cotogno Concettina. Nel 1918 […] fu tra i primi Nazionalisti nisseni, capeggiò in Caltanissetta la Lega Antibolscevica e quella contro il caro prezzo; si iscrisse nell’Avanguardia Giovanile Fascista.

Fiorente di puerizia, pieno di amor patrio, entusiasta della Nuova Fede e dell’Uomo che la propugnava nulla tralasciò per il trionfo del Fascismo della sua Città natia […]. Il 24 aprile 1921, passeggiava per le vie con dinnanzi agli occhi la visione della Grande Madre e sulle labbra non espresso il canto giovanile fascista. Giunto vicino lo spiazzale sul quale sorge ora un monumentino, una lapide ed una via che portano il suo nome si incontrò con un gruppo di uomini uno dei quali pronunziando sconce parole contro la Patria e i fascisti, rivolto al giovinetto dice: «ad essi qualche volta romperemo la testa».

L’impavido fanciullo […] l’avverti di non dire male dei fascisti ai quali nessuno romperà la testa. E il bruto, a nome Ferrara Michele di rimando: «incominceremo da voi». Adocchia il nastrino tricolore che portava all’occhiello e tenta di strapparglielo. Non vi riesce e con l’altra mano estratta la rivoltella che teneva senza sicura, spara il primo colpo che va a vuoto perchè Gigino lo fa deviare ma al secondo colpito alla testa, cade.

Il Gattuso decedette nell’ospedale Vittorio Emanuele. Nell’accompagnamento al cimitero prese parte tutta la città. Pronunziarono discorsi in Piazza Garibaldi l’on. Napoleone Colaianni e l’on. Lopiano Pomar, l’avvocato Salvatore Marrocco e il Cav. Angelo Amico.

Lo sparo lontano di alcune bombe, come protesta bolscevica, creò panico nella popolazione; vennero travolti preti, uomini, donne, fanciulli e si deplorarono le vittime. I fascisti reagirono incendiando il Circolo Ferrovieri Rossi dando così il tracollo definitivo alle organizzazioni sovversive della città.

La memoria di Gigino è stata onorata in molte città ed anche a New York dai Fasci di Combattimento che s’imposero il suo nome.

Questo è ciò che raccontano i fascisti ma la storia dell’omicidio di Gattuso è tutt’altra. Andrea Camilleri, grazie al suo scrivere sagace e tagliente, riesce perfettamente ad immortalare l’attimo in cui, in quella stradina del centro storico di Caltanissetta, ad uccidere Gattuso è il fuoco amico di Antonio Impallomeni, così come stabilito dalla sentenza della Corte d’Assise.

Il 27 novembre 1924, i giudici assolvono, dopo quattro anni di ingiusta detenzione, Ferrara per aver agito per legittima difesa, anzichè scagionarlo totalmente e riconoscere la sua piena innocenza. Uscito dal carcere riprende l’attività militante ma viene nuovamente arrestato il 17 giugno 1926 e assegnato al confino per cinque anni, prima alle Tremiti, poi a Ustica e Ponza. Nell’ospedale di Napoli, dove, gravemente ammalato, viene trasferito nel luglio 1929, conosce Eugenio Reale, che diviene suo medico e guida politica. Liberato il 31 maggio 1931, pur sottoposto a continua vigilanza, ristabilisce i contatti con i vecchi compagni. Nel 1944, Ferrara è chiamato a far parte della Commissione Provinciale di Epurazione alle dipendenze dell’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il fascismo.

È evidente che le pressioni del regime abbiano influenzato l’iter giudiziario che avrebbe potuto avvalersi di «prove precise, evidenti inconfutabili», così come sono state definite dal figlio Salvatore Ferrara in un articolo sulle «leggende da sfatare», scritto per La voce Comunista del 1944.

Sul finire degli anni Trenta, l’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano (ECLS) affida la progettazione per il nuovo borgo rurale ad Edoardo Caracciolo, affermato professionista, apprezzato dalla comunità accademica. Caracciolo è stato allievo di Ernesto Basile e dal 1933 inizia la sua carriera universitaria come assistente alla cattedra di urbanistica e poi a quella di architettura tecnica della facoltà di ingegneria di Palermo; successivamente riceve l’incarico di assistente per storia dell’architettura (1944-46) e poi di urbanistica (1947). Di questa ultima cattedra diventa titolare nel 1957.

Nel 1936 organizza una mostra di architetture rurali siciliane per partecipare alla Triennale di Milano organizzata da Giuseppe Pagano, «mostra in cui apparvero per la prima volta rilievi di case della provincia di Palermo che pur nella loro estrema semplicità presentavano suggerimenti per rifarsi a una meditazione sui problemi dell’architettura popolare». È l’occasione per proporre un modo di fare architettura moderno in cui si «cerca una forma-funzione con radici specificamente siciliane ma non vernacolistiche, mantenendo l’impegno con le nuove vie dell’architettura».

una vera e propria urbanistica rurale, […] una nuova figura del tecnico urbanista il quale possa essere chiamato non solo alla progettazione di singoli centri, ma che possa anche contribuire alla organizzazione del problema bonificatore generale

Da questi principi teorici, il 16 dicembre 1939, l’architetto redige il progetto per un borgo rurale da realizzare in contrada Garistoppa, a poca distanza dalla stazione di Caltanissetta Xirbi, per una spesa complessiva di 1.267.226,60Lire. Con voto n.3133 del 18 dicembre il Comitato Tecnico Amministrativo (CTA) del Provveditorato esprime parere favorevole sull’ammissibilità dei lavori considerando, però, alcune modifiche di carattere tecnico-strutturale.

Viene rilevato che «mancando precise disposizioni, si fa riserva circa l’ammissione al contributo statale della spesa occorrente» alla costruzione della cabina di trasformazione elettrica nonché del fabbricato da adibire ad Ufficio dell’Ente di Colonizzazione tra la chiesa e la scuola ma mai realizzato nemmeno durante i lavori di ampliamento e manutenzione successivi. Ciò rende Borgo Gattuso un’anomalia rispetto alle indicazioni del Decreto Interministeriale 11255/1941 che definisce le caratteristiche di un centro di tipo A dotato del maggior numero di servizi.

Nel descrivere Borgo Gattuso, Maria Luisa Madonna nota come si snodi

a nastro salendo in una successione di tre centri: il «centro degli affari» rappresentato dalle botteghe degli artigiani, dalla caserma, dalla posta dalla taverna; il «centro aulico» con la Scuola e la Casa del Fascio; il «centro religioso» con la Chiesa e la casa canonica.

adagiato, girando a nastro, alla terra e ai mandorli, sicché l’occhio può scoprirne tutti gli edifici serenamente attirato da una serie di archi semplicemente intagliati nelle stesure e da una massa verticale isolata, che è costituita dalla chiesa a pianta centrale. Le case degli artigiani e la trattoria accolgono all’ingresso con un ritmo di semplicissima armonia fra archi e piani; la caserma dei carabinieri e le Poste raccolte in un angolo, appartate dal traffico, la Scuola e la Casa del Fascio recingenti un più ampio spazio aperto verso la valle, vanno trasfigurati in più complesse forme come aderendo ai mutati e crescenti valori spirituali, il Santuario segna il culmine spirituale architettonico del piccolo borgo.

Il quale mostra una serena e spontanea felicità di ideazione ed un innesto felice di apporti culturali sulle forme stesse popolari felicemente interpretate per una diretta conoscenza della vita del popolo.

I lavori, iniziati il 24 dicembre 1939, sono affidati con regolare contratto del 22 febbraio 1940 all’Impresa Muratori Riminesi che si impegna ad ultimare le opere entro il 31 maggio. Nel giugno arriva il decreto di concessione n.1814 per gli edifici di competenza statale per una spesa di poco più di un milione di Lire.

Nel frattempo, l’ECLS affida alla ditta palermitana Ducrot l’arredamento dell’ufficio postale e della barberia del borgo. Il 16 novembre 1940 l’impresa presenta un preventivo di spesa superiore a settantamila lire. Nonostante il direttore dell’Ente, Mazzocchi Alemanni, assicuri che il materiale sarebbe stato consegnato nei tempi previsti, la situazione sul posto racconta una storia diversa: il dottor Prospero Grassi, inviato ad amministrare il centro rurale, si lamenta di non avere nemmeno un letto nella stanza dove avrebbe dovuto dormire. Anche l’infermeria e la casa comunale risultano ancora prive di qualsiasi arredo.

In quei giorni, al cospetto del Vescovo Mons. Giovanni Jacono, delle autorità e dei fedeli si consacra la chiesetta del SS. Crocifisso. Si benedice la chiesa, la campana e tutto il villaggio e, dopo un breve discorso, si porta in processione il SS. Sacramento (continua a leggere). Quel momento è stato immortalato da alcune foto che fanno parte dell’archivio storico dell’Istituto Luce e ripreso in alcune riviste d’epoca.

Il Consorzio di Bonifica del Salito viene istituito con Regio Decreto nell’aprile del 1934 e, nel 1940, il suo territorio viene ampliato fino a raggiungere circa 75mila ettari. All’interno di quest’area, l’Ente pianifica una serie di interventi: la costruzione di un acquedotto per rifornire d’acqua il borgo rurale, la realizzazione di diverse strade per favorire la trasformazione agricola del territorio e la creazione di alcuni sottoborghi nelle contrade Mimiani e Mustogiunto, in prossimità di Ponte Cinque Archi.

Con voto n.4101 del novembre 1941, il CTA approva la perizia di maggiore spesa proposta per lavori relativi ad un maggiore sbancamento a nord dei fabbricati di Borgo Gattuso; per l’imbocco della strada d’accesso e alle strade di bonifica; per la variazione dell’alloggio della maestra e per la costruzione di una scala di accesso esterna; per le modifiche del complesso religioso per ottenere un allacciamento diretto con le nuove strade interpoderali.

Entrando al centro rurale di contrada Garistoppa, si trova un abbeveratoio decorato con formelle policrome realizzate da Giovanni Rosone che raffigurano delle scene della vita di San Francesco. Dello stesso autore sono «quattro bassorilievi tondi, in terracotta, dal tema mariano – Annunciazione, Natività, Pietà e Assunzione della Vergine – all’interno della chiesa».

Le opere di Rosone sono caratterizzate da

uno stile arcaicizzante, probabilmente ispirato, anche dal punto di vista iconografico, al primitivismo quattrocentesco. Le figure a bassorilievo all’interno della chiesa presentavano corpi massicci e monumentali dai lineamenti dolci e dai panneggi morbidi. In particolare, la scena della Pietà era ricca di pathos e di tenerezza, mentre il tondo della Natività smentiva l’essenzialità degli altri sfondi per la presenza di una seconda scena, raffigurante l’apparizione dell’angelo ai pastori.

Lo stile delle formelle poste sulla fontana era, invece, maggiormente semplificato e popolare, forse anche in virtù della destinazione: quella della Laude eterna riportava, in basso, parte del componimento francescano, «Laudato si’ mi Signore per Sora nostra acqua la quale è molto umile et utile et pretiosa et casta…», ed era dominata dalla figura del santo, al centro, a braccia aperte e circondato da uccelli, rupi ed alberi, tra cui uno di memoria giottesca.

L’altra formella ritraeva in modo essenziale la scena del miracolo della sorgente: vi erano ritratti San Francesco, assorto in preghiera per far sgorgare l’acqua da una roccia, ed il povero assetato, prostrato ai suoi piedi ed intento a bere

Giovanni Ballarò realizza, invece, la serie delle stazioni della Via Crucis «per il camminamento che congiungeva la piazza principale alla chiesa». L’Arch. Maria Stella Di Trapani nota che lo stile è dato da

una monumentalità semplificata, dalla presenza di figure dai corpi massicci ma dalle linee eleganti ed allungate – stilisticamente accostabili al Novecento di Sironi ingentilito da influssi Déco e da reinterpretazioni locali – e da sfondi costituiti da elementi architettonici stilizzati (come le due colonne, nella scena con Pilato, o il Sepolcro di Cristo). Risultavano, inoltre, inusuali rispetto alle iconografie diffuse sul tema la doppia presenza di Cristo nella scena della Deposizione, corpo inerte e già risorto, e quella di alcuni bambini, spettatori inermi ma partecipi, nei quali ciascun fruitore si sarebbe potuto identificare.

A partire dal 1941, l’Ente di Colonizzazione pubblica il Lunario del contadino siciliano, un trimestrale pensato per affiancare i contadini del latifondo nella vita di tutti i giorni. Le pagine della rivista offrono consigli su come coltivare al meglio i terreni e dedicano ampio spazio alla vita nei nuovi borghi rurali. In ogni numero compare una rubrica fissa che racconta fatti e vicende locali, risponde alle domande degli abitanti e dei contadini e che oggi ci restituisce un ritratto vivido, seppur a tratti intriso di retorica, di come si vivesse in quei luoghi e di quali fossero le difficoltà quotidiane. È proprio nel secondo numero del Lunario che viene raccontata la nascita del centro rurale nisseno.:

Qui c’è davvero da levarsi tanto di cappello! Sapessi quante critiche, quante lotte, prima che il Borgo nascesse! Dicevano tutti: guarda un po’ dove lo vanno a fabbricare, in mezzo alle pietre, sotto una montagna che lo soffoca. Li non ci andranno nemmeno gli uccelli, e tante altre chiacchiere…

Appena fu costruito, però, tutti a dire: come è bello, che posto indovinato, che Borgo pieno di vita! Difatti non si riesce a contenere la gente che vorrebbe starei. E come funziona! Vedi il prete sulla soglia della chiesa, in mezzo ai bambini? Non sta mai fermo, è pieno di attività, di fede, corre dappertutto, padre Carvotta.
Non c’è giorno che nella chiesa del Borgo non ci sia qualche funzione religiosa. Basta dirti che fin’ora si sono celebrati sei battesimi, quattordici cresime e trentacinque prime comunioni. Per l’Epifania altre celebrazioni solenni, a Pasqua non ti dico; figurati che il Giovedi Santo si arrivò perfino a fare la Cena all’aperto con Apostoli e Cristo viventi!

Il Federale, in aprile, ci portò tutti gli squadristi della Provincia, ed in quella occasione i ragazzi della Gil di Caltanissetta, che hanno preso il secondo premio in tutta l’Italia, cantarono le loro bellissime canzoni.

Che dirti? Qui non si farebbe a tempo a descriverti quello che combinano. Oltre le due scuole per i bambini, c’è una scuola serale per gli adulti con trentasette alunni, ed una scuola di taglio e cucito con trenta allieve; il 9 febbraio ci fu la prima fiera, riuscitissima, alla quale intervennero più di trecento forestieri con duecento capi di bestiale; l’Ufficio postale, di soli depositi in libretti di risparmio, ha già quasi centomila lire; tutte cose — ti assicuro – che riempiono il cuore di gioia e sono la più ambita ricompensa per chi, solo fra tutti, ha fermamente creduto.

L’altro ieri, per l’Ascensione, mi trovai qui sul posto. Uno spettacolo che noncdimenticherò mai: vedi? da quella montagna scendevano, nella chiara mattinata di maggio, tante donne, tanti bambini, carichi di fiori, venivano da viottoli scoscesi, dai pagliari di Garistoppa, dai casolari più lontani, per ascoltare la messa.

La chiesetta era piena, non ci sarebbe entrato uno spillo! Terminata la funzione, tra il canto dei bambini e l’odore delle rose, il parroco in testa, con la Croce in mano, e via tutti in corteo, eravamo più di cento, verso i campi ondeggianti di spighe, per invocare la benedizione di Dio sulle messi. Vedi, mi spuntano le lacrime solo a pensarci: è un miracolo che si avvera, un miracolo che abbiamo tutti e lungamente sognato. Un anno fa qui c’erano davvero solamente i sassi, e gli uccelli scappavano!

Nel secondo numero del 1942, è citato l’ampliamento di Borgo Gattuso con la costruzione di un forno, di nuove abitazioni, della casa sanitaria, del magazzino ammassi così che «non ci sarà più gente a lamentarsi per la ristrettezza degli alloggi o per la deficienza dei servizi». Non tutti, secondo chi scrive, saranno contenti e «salteranno fuori don Carvotta che vorrà un’altra Cappella Sistina, il ricevitore postale che chiederà per lo meno un servizio aereo col continente… e l’applicato del Comune, il quale non potrà vivere se non avrà ai suoi ordini un corpo di metropolitani a cavallo».

Tra il 1942 e il 1943, la rivista nazionale Il Tempo dedica il reportage A tu per tu col latifondo sui cambiamenti che la Sicilia rurale ha ottenuto grazie alle opere volute dal fascismo. Il tono è smaccatamente propagandistico e trionfale ma le parole dell’autore Vincenzo Balistreri ci raccontano ancora una volta la quotidianità dei vari borghi rurali. Di Borgo Gattuso scrive:

sono arrivato a Borgo Gattuso, vicino a Caltanissetta, dopo una lunga corsa, dall’Azienda Maniace, ex Ducea dei Nelson, in Bronte, che sta per essere trasformata nel Borgo Caracciolo. Le zone più ingrate del latifondo — quelle di Catania, di Enna e di Caltanissetta — mi avvolgevano con le innumerevoli curve della strada e col caldo di settembre, soffuso di un greve odore di benzina. Emmanuele Coniglione, capo del servizio borghi dell’Ente di Colonizzazione, interrompeva il mio torpore col suo entusiasmo sempre vivo. Conosce, ettaro per ettaro, i proprietari di tutta la Sicilia, e me ne parlava con parole plastiche: «Fra dieci anni nessuno riconoscerà più questi luoghi».

Finalmente s’intravede una stazione ferroviaria; la giriamo al largo e dopo pochi minuti, posto li da un esperto regista per una ripresa cinematografica, il borgo Gattuso, color rosso mattone. Scendiamo dall’auto nella piazza quadrata, fra il municipio, la scuola, il portico della trattoria e il latifondo che non finisce più. Un fresco canto corale inonda la piazza dalle grandi finestre aperte della scuola. Guardo qua e la per percepire subito la sintesi, il senso, l’anima del nuovo borgo. È il primo costruito, il più piccolo, il più raccolto e il più contenuto.

Sopportò il collaudo di un vincolo finanziario ed elargì ai suo fratelli il beneficio della sua prova. Vi è li, in ogni pietra, la Sicilia. Non avrebbe potuto essere più proprio, più intonato, più caldo, più garbato verso il latifondo d’intorno, più lieto verso l’avvenire sicuro.

Non è una finzione cinematografica.

Il canto degli scolaretti ferma talvolta il mio sguardo. Di là, giù, la stazione ferroviaria di…

Fino a pochi anni fa quella stazione ferroviaria si chiamava S.ta Caterina Xirbi; ma il comune di S. Caterina era distante 10 o 12 chilometri. La chiamarono, allora, Caltanissetta Xirbi, per quanto anche Caltanissetta distasse una decina di chilometri, e da li altro non si vedesse, del capoluogo, che l’alta statua del Redentore sulla vetta d’un colle vicino.

Ed ecco che a seicento metri si costruisce il Borgo Gattuso, e la stazione cambia ancora nome: Caltanissetta Borgo Gattuso. Cosi va bene. E non solo perchè la stazione è al servizio del borgo, ma, di più, perchè il borgo è al servizio della stazione. Che è una grande stazione, un nodo ferroviario, e i ferrovieri che vi si alternavano giornalmente nei turni di lavoro non sapevano dove andare, non avevano dove mangiare un boccone. Oggi vengono qui, nella trattoria del borgo, che prepara un centinaio di pasti al giorno!

Questo borgo del latifondo che finisce col civilizzare una stazione ferroviaria non è certamente il solo paradosso di questa battaglia. Percorro la Via Crucis che conduce alla chiesa, ridiscendo, verso la via degli artigiani e, di tanto in tanto, il canto dei bimbi riprende i suoi motivi e mi giunge col vento.

Tutto è nuovo e pulito, ma, a percepire con un po di attenzione dopo aver superata la sorpresa del primo incontro, si sente fra queste mura qualche cosa di antico, di antichissimo, di eterno. Deriva, questa sensazione, dai calzari di pelo di quel ragazzo, da quell’asino che viene su, mansueto, per la via principale, dallo sguardo profondo di quella donna davanti alla porta? Chissà!

L’acqua zampilla, il portalettere si dà in giro sollecito, dinanzi all’ufficio postale s’ode il ticchettio del telegrafo, il sacerdote – ed è un giovane – si trova da per tutto (ma ha una casetta che io tanto gli invidio), al municipio c’è sempre gente dei campi, l’ambulatorio è fornitissimo, i negozi sono attivi. E due anni fa questo posto non si distingueva fra gli altri.

Dov’è, allora, la nota eterna ch’io sento vibrare?

Ora i bambini escono dalla scuola e cantano, scendono la scalinata e cantano, corrono per la piazza e le strade, giulivi, e cantano.

Ah, ecco: il canto dei bimbi nota eterna e bella della vita.

E ancora, si racconta della vivacità dei bambini che la mattina

scendevano di tra i mandorli presso la casa del parroco: un cappottino giallo, un cappottino turchino, una mantelletta nera. Tre fiocchi azzurri più o meno pomposi coronavano le testine. Naturalmente le bambine chiacchieravano fra di loro. Giunte alla soglia della casa parrocchiale si fermarono tutte e tre, e l’una dopo l’altra, con studio e premura stettero lì a pulirsi per bene le scarpine alle quali s’era attaccata la terra dei campi traversati.

Dovevano ancora percorrere un po’ di strada per arrivare all’ingresso della scuola. Dovevano passare per il sagrado della chiesa, scendere l’ampia gradinata, percorrere la bella via ed anche un tratto della piazza; ma certamente era stato detto loro, e dalla cura che ponevano dimostravano di averlo capito, che bisogna considerare la strada del borgo con rispetto e non insudiciarla con quella benedetta terra dei campi, che è tanto provvidenziale quando abbraccia le radici delle piante grosse e piccole, ma che è un castigo di Dio quando fa sporco e fango per le strade della città e dei paesi, e specialmente nelle case.

Quello che ho visto a Borgo Gattuso è confortante: lo si può, lo si deve vedere da per tutto, in tutti i borghi e fuori dei borghi. Brave dunque quelle bimbette di Borgo Gattuso che sanno mostrarsi cosi pulite e sanno apprezzare l’offerta di una scuola bella, sana e comoda nel borgo, che permette loro di restare vicine ai geni. tori anche nelle ore di lezione, in quelle ore nelle quali, invece, soltanto pochi anni fa, il papà e, molto spesso, anche la mamma, erano costretti ad andarsene e starsene a chilometri e chilometri di distanza.

Già dal 1944, la memoria di Gigino Gattuso inizia a diventare scomoda, quasi grottesca tanto da essere rimossa persino dalle intestazioni delle carte ufficiali dell’Ente di Colonizzazione. Il nome del borgo viene cambiato in Petilia, in riferimento al console Lucio Petilio che avrebbe giocato un ruolo nella fondazione di Caltanissetta e di Delia (Nissa e Petilia).

Finita la guerra, il centro rurale risulta sostanzialmente intatto: non si registrano danni strutturali, ma solo furti di viveri e documenti. Ben più preoccupante è però la situazione degli arredi. I funzionari del Comune di Caltanissetta e quello dell’ECLS accertano che i mobili vengono deliberatamente sostituiti con altri di qualità inferiore. Verso la fine del 1945, gli uffici comunali segnalano all’Ente — guidato in quel periodo dal comunista Mario Ovazza — la sparizione di alcuni oggetti e mobili dalla trattoria, che era gestita da Armando Ferrara.

Le denunce portano, nel settembre 1946, all’arrestato di Salvatore Gruttadauria che durante l’interrogatorio confessa

d’aver ricevuto tali oggetti [mobili ed arredamenti vari, n.d.r.] dal Sig. Campione, allora al Borgo in qualità di Segretario Politico, quale prezzo del silenzio sulla sparizione di altri mobili, dovuti al Campione, alcuni dei quali si facevano figurare come depositati presso una casa del B.ne Basile andata poi distrutta dalle bombe.

Con «l’urgenza che il caso richiede», l’Ente invita il comune al «recupero […] delle somme equivalenti agli arredamenti e alle attrezzature consegnate». La pratica deve essere risolta dal comune «quale consegnatario di tutti gli arredamenti ed attrezzature esistenti nel borgo […] come da appositi verbali» stipulati tra le parti.

L’Ispettorato agrario compartimentale di Caltanissetta viene chiamato a valutare due progetti presentati dall’ECLS: uno riguardante un forno da pane e l’altro un fabbricato servizi. Il primo viene elaborato nel febbraio del 1945 dall’ingegner Paolo Abbadessa, con un costo previsto di 14.300 lire; il secondo, firmato da Edoardo Caracciolo, risale al dicembre dello stesso anno e ha un preventivo di 356.500 lire. Entrambi i progetti beneficiano di un contributo statale pari al 38% della spesa e vengono regolarmente approvati. Tuttavia, nessuno dei due verrà mai realizzato.

Nel febbraio del 1947, don Carvotta sistemа diversi membri della propria famiglia in alcuni locali del villaggio. Poiché la gestione della locanda rappresenta l’unica fonte di reddito per la famiglia, l’Ente preferisce evitare un allontanamento forzato. In più, per scongiurare l’interruzione del servizio religioso — con cui il parroco minaccia di rispondere a un’eventuale espulsione — l’ECLS decide di affidargli la trattoria, regolarizzando così la posizione degli occupanti.

Questi, però, non sembrano occuparsi in modo proficuo dell’attività. Da una dettagliata relazione redatta il 2 ottobre 1948 dall’impiegato Francesco Carabillò, si apprende che alcuni servizi, tra cui lo spaccio alimentare e la trattoria, affidata ai Carvotta, funzionano a stento. Gli edifici sono, invece, in stato discreto, la caserma dei Carabinieri e l’acquedotto funzionano regolarmente, anche se — come si mormora in paese — qualcuno ne devia l’acqua a uso privato. Le strade, la piazza e le aiuole sono in buone condizioni. Non mancano però le criticità: diversi edifici risultano occupati in modo irregolare, mentre alcuni spazi del borgo sono stati trasformati dagli abitanti in pollai, stalle o officine.

Nel 1949, l’ECLS redige una perizia di manutenzione straordinaria, per un importo di oltre tredici milioni di Lire, a causa di numerose lesioni che avevano costretto l’Ente stesso a sgomberare alcune abitazioni ed alcuni locali della scuola. Con voto n.27949 del febbraio 1951 il Provveditorato esprime parere favorevole alla concessione delle opere in oggetto.

Nel febbraio 1951, il Consorzio redige un nuovo piano generale di bonifica — il primo era stato respinto «per assoluta incompletezza» dal CTA con voto n.26202 del 17 maggio 1950 — composto da una parte per le opere di competenza statale, redatta dall’Ing. Vincenzo Scaglione, e una parte per le direttive di massima per la trasformazione fondiaria, redatta dal Dott. Serafino Scrofani. I lavori, la cui spesa è di oltre 9 miliardi di Lire, comprendono la sistemazione idraulica del comprensorio; la viabilità rurale; l’approvvigionamento elettrico ed idrico; la costruzione di un centinaio di abbeveratoi; la bonifica idraulica e le opere per l’irrigazione.

La sezione F del documento si concentra sulla creazione di alcuni borghi e sottoborghi per «conseguire il massimo sviluppo dell’agricoltura», indispensabili per l’insediamento stabile dei contadini. Viene proposta la costruzione di due borghi dotati di chiesa, scuola, ambulatorio medico, delegazione municipale, poste, case artigiani, spaccio di generi alimentari e un luogo di svago. Quattro sono, invece, i sottoborghi con un minor numero di servizi.

Andando nel dettaglio, vengono proposti un borgo in Contrada Mercato di Serra – a servizio dei Piani di Ripartizione (PR) 377, 580, 721, 803 – nella zona prossima alla stazione di Mimiani e due connessi sottoborghi nelle contrade Ciuccafa (PR92) e Chibbò; un altro borgo è previsto nella Contrada Torretta e due sottoborghi nelle contrade Mappa e Zellante. La spesa occorrente per realizzare le nuove opere è di 120 milioni per ognuno dei borghi e 40 milioni per ciascuno dei sottoborghi. Come spesso accadeva, alla programmazione non segue una concretizzazione dei piani. Nessuno, infatti, dei progetti viene appaltato, lasciando il comprensorio sguarnito di assistenza civile e religiosa.

I documenti redatti dall’Ente per la Riforma Agraria in Sicilia (ERAS) ci offrono un quadro preciso dei servizi presenti nei borghi rurali dell’isola nel 1955. La situazione varia da borgo a borgo: alcuni appaiono sostanzialmente inattivi, mentre altri riescono a garantire le funzioni pubbliche essenziali, spesso in condizioni precarie. Borgo Petilia rientra in quest’ultima categoria: può contare su una chiesa, una scuola, un barbiere, una trattoria con locanda, una stazione dei Carabinieri, un ufficio postale e la fornitura di energia elettrica. Mancano però due servizi fondamentali: l’ambulatorio medico e la delegazione municipale.

Il 7 marzo 1955, su commissione dell’Ente, l’Arch. Salvatore Spataro presenta una relazione per l’ampliamento di Borgo Petilia, pianificando un asilo e una sede cooperativa a beneficio degli assegnatari ma anche delle numerose famiglie di mezzadri, affittuari e piccoli coloni residente nella zona. I nuovi edifici si sarebbero trovati tra la scuola e la chiesa ed in prossimità del fabbricato alloggi. In seguito, su progetto del 2 agosto 1958 approvato con delibera ERAS n.1157/R.A., l’Arch. Salvatore Lo Monte decide di spostare le nuove opere nel PR151suppl., in posizione prossima alle 22 delle 58 case coloniche della riforma. Dal punto di vista formale, le strutture riprendono quelle realizzate a Borgo Gurgazzi, Borgo Runza o in altri centri coevi.

Nello specifico, il fabbricato scolastico si compone di un alloggio per la «maestra giardiniera», un refettorio, i bagni ed un’aula. Al primo piano, invece, si trovano i due alloggi per le maestre della scuola di Borgo Petilia che fino a quel momento erano ospitate in altri locali. La sede cooperativa prevede due fabbricati collegati da un portico: in uno sono sistemati lo spaccio, la sala ricreativa e la sede della cooperativa degli assegnatari. L’altro edificio è destinato a deposito di derrate e raccolti. Con D.A. n1881/R.A. del 5 febbraio 1959 si concede l’approvazione dei lavori per l’importo totale di 41.607.000Lire su fondi della Cassa per il Mezzogiorno e dichiarando le opere indifferibili ed urgenti in base alla legge 2359/1865.

A cambiare i piani dell’Ente sono i desiderata degli abitanti delle contrade vicino che chiedono che le nuove strutture siano integrate al borgo. Inoltre, da un sopralluogo effettuato, gli stessi tecnici dell’ERAS rilevano che lo spostamento della fondazione permetterebbe un risparmio economico non indifferente per l’allacciamento alla rete elettrica, fognaria ed idrica, assente nel piano di ripartizione. Il 30 giugno 1961, anche l’Assessorato con nota n.5262/R.A. ritiene validi i motivi e concede che «il progetto originario venga modificato secondo lo spostamento invocato».

Per far seguito alla Legge 104/1950 sulla Riforma Agraria, l’ERAS decide di chiedere all’Assessorato Agricoltura e Foreste la possibilità di finanziamenti per riattivare alcuni borghi realizzati in base alla legge sulla colonizzazione del latifondo. Vengono, quindi, indicati Borgo Schirò, Borgo Borzellino, Borgo Fazio, Borgo Cascino e Borgo Petilia come destinatari delle somme, trovandosi prossimi ad ampie zone di riforma e coinvolgendo numerosi lavoratori. Nonostante l’urgenza e le finalità normative, il 7 maggio 1956 con nota n.3201 l’Assessorato comunica che il progetto di riattivazione non può avviarsi a causa dell’insufficienza di fondi nel bilancio regionale.

I Carabinieri di Caltanissetta chiedono all’ERAS di ripristinare la stazione di Borgo Petilia, ritenuta necessaria per far fronte alla difficile situazione dell’ordine pubblico nella zona, nonostante l’edificio non versi in buone condizioni. Il 22 ottobre i locali vengono consegnati all’Arma, pur senza che i lavori di manutenzione siano stati completati a causa di difficoltà tecniche. Gli interventi verranno ultimati solo tra il 1966 e il 1967, per una spesa di quasi 350.000 lire.

Nel frattempo, su indicazione del Ministero, la Prefettura di Caltanissetta invita l’Ente a formalizzare il contratto di locazione della caserma. L’accordo prevede una durata di nove anni, con un canone annuo simbolico di una lira. Il 6 agosto 1957 il presidente dell’Ente, Emilio Zanini, delega il dottor Giuseppe Dongarrà a firmare il contratto in sua vece: la cessione viene ufficialmente sottoscritta il 23 settembre successivo. Il contratto di affitto si rinnova più volte, fino al 1975, quando il Prefetto Marino comunica la soppressione della stazione, invitando il comandante del gruppo, Giacomo Fichera, a riconsegnare l’immobile senza indugio.

Il 14 maggio 1958, l’ERAS affida al Geom. Salvatore Spataro la progettazione di una perizia di manutenzione straordinaria che segue quella del 1951. Ancora una volta, si è costretti ad intervenire per «consentire la completa efficienza del Borgo e di tutti gli edifici di interesse pubblico» a servizio di una popolazione rurale di oltre 350 persone «oltre quelle in corso di insediamento in dipendenza dell’applicazione della legge sulla riforma agraria».

La realizzazione di Borgo Gigino Gattuso, infatti, si caratterizza per una qualità costruttiva estremamente carente, determinata sia dalle difficoltà di approvvigionamento di materiali fondamentali, come acciaio e cemento, a causa delle restrizioni belliche, sia dall’adozione di scelte progettuali coerenti con la politica autarchica del regime fascista.

Le condizioni strutturali non ottimali del borgo trovano conferma nel giudizio espresso da Mario Jannelli, sottosegretario di Stato alle Comunicazioni dal 1935 al 1943, dopo una visita ufficiale compiuta nel 1942. Jannelli aveva descritto le abitazioni come mal costruite, umide e fredde, dipingendo un quadro generale di degrado. In seguito ritrattò quelle dichiarazioni, verosimilmente sotto la pressione del regime che non poteva tollerare giudizi così negativi su un’opera presentata come simbolo dell’impegno dello Stato nella lotta al latifondo.

Le parole di Jannelli sono riprese prima dal deputato Michele Pantaleone che le usa durante una seduta all’ARS nel 1950, in cui si chiede cosa il governo regionale stesse facendo per questo e per gli altri borghi rurali dell’isola, e nel 1966 da Leonardo Sciascia che parla di Borgo Gattuso in un proprio articolo su L’Ora.

La perizia redatta da Spataro, dell’importo totale di 25 milioni di Lire da eseguire con i fondi messa a disposizione dall’art.2 della Legge 9/1954 ed approvata con Decreto Assessoriale (D.A.) n.15150/R.A. del 22 novembre 1958, prevede quindi il rifacimento delle strade, della rete idrica e delle fognature. I lavori, affidati all’Impresa Paolo Di Salvo e consegnati il 12 marzo 1959, stravolgono l’aspetto originario di tutti gli edifici, eccezion fatta per la chiesa che mantiene le caratteristiche originali. Si dismettono le vecchie coperture in legno per ricostruirle con «elementi di tipo “Pratico”», si rifanno i tetti, i pavimenti, gli intonaci interni ed esterni, si demoliscono i soffitti fortemente lesionati e si riparano gli infissi.

I lavori, conclusi l’11 luglio 1960, rappresentano simbolicamente il passaggio da Borgo Gigino Gattuso, che perde per sempre la sua unicità e aderenza ad un discorso formale e di ricerca architettonica pensato da Caracciolo, a Borgo Petilia, un anonimo complesso edilizio degli anni Sessanta.

Con Decreto del Presidente della Repubblica n.216 del 12 marzo 1959, sulla proposta del Ministro per l’interno, viene riconosciuto, agli effetti civili, il decreto dell’Ordinario diocesano di Caltanissetta del 13 giugno 1958, integrato con postilla senza data, relativo alla erezione della parrocchia del SS.mo Crocifisso e S. Isidoro, nella frazione Borgo Petilia del comune di Caltanissetta e viene riconosciuta la personalità giuridica della Chiesa omonima, sede della parrocchia stessa. Ancora oggi, ogni settembre, un comitato locale organizza una festa religiosa grazie al supporto della comunità.

Ad inizio anni Sessanta, le due aule presenti nell’edificio scolastico non sono più sufficienti ad ospitare gli oltre cento alunni tanto che la direzione didattica di Caltanissetta chiede ed ottiene dall’ERAS l’utilizzo in uso gratuito di alcuni locali dell’ex-dopolavoro. La scuola, inoltre, presenta alcuni danni per cui sono stanziati 331 mila lire mentre ulteriori 128 mila lire sono investiti per l’acquisto di cartine geografiche, costruzioni “Rico” in plastica colorata, sussidiari e di un «apparecchio per proiezioni di film».

Tra i servizi indispensabili per la vita quotidiana del borgo figura anche la barberia. Fin dalla nascita di Borgo Gattuso le richieste per l’affidamento dei locali si moltiplicano ma nessuna va a buon fine. Uno degli ostacoli principali è la mancanza di uno spazio adeguato,che costringe l’ERAS a ricavare la bottega del barbiere dal garage della caserma dei Carabinieri, affidandolo al signor Michele Miccichè di Santa Caterina Villarmosa. Anche in questo caso, però, la consegna dei locali si trascina a lungo a causa di alcuni lavori ancora da completare, da finanziare con i fondi destinati alla manutenzione straordinaria del 1961.

Il 10 aprile 1962 l’ingegner Filippo Pasquini dell’Ufficio Borghi Rurali dell’Ente comunica che i lavori sono terminati e che il locale è pronto per essere concesso. Finalmente, gli abitanti di Borgo Petilia possono — come si legge nei documenti — sbarbarsi e tagliarsi i capelli seduti comodi in un ambiente pulito. Il verbale di consegna viene firmato il 26 maggio successivo ma non passa molto tempo prima che Miccichè cominci a lamentare la mancanza di mobilio e di una porta d’ingresso. Le sue richieste restano però inevase per mancanza di fondi, nonostante le rassicurazioni dell’Ingegner Ugo Minneci, capo ufficio dell’ERAS.

Con l’arrivo dell’inverno la situazione si fa insostenibile: il barbiere segnala che non è possibile lavorare con il freddo e con l’acqua che entra nel locale. L’ERAS interviene e autorizza l’installazione di una vetrata, stabilendo che la spesa venga coperta con i fondi della Gestione Speciale Riforma Agraria.

Ad inizio anni Sessanta, l’ERAS pubblica un volume in cui sono raccolti dati, tabelle e informazioni sul lavoro compiuto dal 1948. Un’importante sezione è dedicata alle case per assegnatari, ai piano di ripartizione, ai bevai, alle strade e ai borghi rurali. In seguito allo scorporo dei terreni, Borgo Petilia avrebbe compreso nel proprio raggio di influenza di 686 ettari, i piani di ripartizione 151 e 459. Tutti i servizi risultano attivi, ad esclusione dell’ambulatorio medico. Una situazione ottimale se si confronta con quella, ad esempio, di Borgo Borzellino dove tutto è abbandonato.

Tra i servizi del borgo, la trattoria e il tabaccaio sembrano finalmente godere di buona salute. A gestire l’esercizio commerciale è Provvidenza Carvotta, che il 23 settembre 1963 avanza all’Ente una serie di richieste per interventi urgenti sull’edificio in cui vive. I lavori, sia interni che esterni, vengono approvati solo tre anni più tardi per un importo di 180mila lire. Una volta completati i primi interventi, la Carvotta torna a farsi sentire: con una raccomandata del 27 maggio 1967 chiede all’Ente di Sviluppo Agricolo (ESA) — nel frattempo succeduto all’ERAS con la legge regionale 21/1965 — l’autorizzazione a eseguire ulteriori lavori al piano terra e a trasformare gli archi esistenti per ricavarne una trattoria con posto ristoro.

Anche la scuola presenta problemi strutturali di una certa gravità. Nel novembre del 1966 la maestra Angela Vizzini scrive una lettera all’ingegner Minneci, denunciando come i vetri rotti delle aule, i lavandini e le serrande malfunzionanti creino continui disagi agli studenti e agli insegnanti.

Dopo aver accertato la necessità della manutenzione, l’Ente decide di preparare una perizia straordinaria, dell’importo di 1.340.603 Lire, per la:

  • Trasformazione dei servizi igienici e cucina dell’edificio scolastico;
  • Ripristino dell’edificio spaccio-trattoria;
  • Rifacimento del cantone dell’alloggio del dipendente dell’Amministrazione Postale;
  • Messa a dimora essenze boschive;

Nel 1969, anche l’infermeria e l’ambulatorio di Borgo Petilia necessitano di nuovi interventi. Viene affidato all’Ing. Roberto La Porta il sopralluogo per accertare la situazione. Il 17 marzo, il tecnico constata che

il dissestamento statico delle strutture murarie, che […] va aumentando di giorno in giorno, è stato provocato da infiltrazioni continue di acqua che hanno creato un piano di scorrimento sotto i banchi di fondazione.

L’edificio presenta lesioni di una certa entità dal piano strada alla copertura nelle strutture murarie esterne ed interne, ed il cedimento ha provocato la deformazione degli infissi di metallo delle finestre e la rottura delle lastre di marmo dei davanzali.

A scopo cautelativo si consiglia lo sgombero dei locali da parte degli occupanti.

Da tali considerazioni, la sede provinciale dell’Ente di Sviluppo Agricolo di Caltanissetta decide di affidarsi all’Impresa D’Antoni Alfonso che in passato aveva già provveduto ad alcuni lavori di riparazione ad un prezzo favorevole. I lavori vengono portati a termine e arginano il problema causato dall’acqua piovana, consentendo il rientro delle famiglie.

Come detto, l’unico edificio a non essere sottoposto agli stravolgimenti dovuti ai lavori del 1960 è la chiesa. Nel 1967, sollecitato del Parroco Salvatore Maisano, l’ESA accerta la necessità del rifacimento dell’intonacatura, della sostituzione e della coloritura degli infissi ed il ripristino di alcuni elementi danneggiati dal tempo. Con delibera n.1676 del 22 dicembre, l’Ente avvia i lavori per una spesa di quasi 440 mila Lire anche in considerazione del fatto che «il borgo è frequentatissimo e che nella buona stagione è considerato località turistica dagli abitanti del vicino capoluogo [Caltanissetta, n.d.r]».

Nell’agosto 1986, un folto comitato civico invia una lettera all’Ente di Sviluppo Agricolo, al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, al Ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro, al Comando dei Carabinieri di Roma per sollecitare la riattivazione della caserma di Borgo Petilia. Il servizio di pubblica sicurezza è cessato, come detto, nel 1975 per il bisogno di concentrare i militari in zone più sicure per la loro incolumità. Tuttavia, si fa notare nell’esposto che

proprio la presenza dei Carabinieri aveva concorso a mantenere calma la zona specialmente nell’immediato dopoguerra, quando risorgeva la delinquenza e la mafia e quando cominciarono i movimenti agricoli con scioperi serrati nelle campagne e nelle fattorie attorno al vecchio Borgo.

L’arma si è anche rivelata fondamentale nei soccorsi prestati a seguito dei bombardamenti della zona e nel disastro ferroviario del 21 marzo 1943. Un vasto territorio che va dalla stazione ferroviaria di Imera fino a Villarosa ed Enna è quindi lasciato sguarnito dal controllo dei Carabinieri, creando preoccupazione tra coloro che abitano i numerosi caseggiati sorti attorno e che vanno costruendosi nei pressi di Borgo Petilia.

Negli anni Settanta, Borgo Petilia diventa protagonista di una complicata vicenda legata ai lavori di manutenzione degli edifici. Il 13 febbraio 1974 l’impresa Ricottone Giuseppe di Caltanissetta si aggiudica l’appalto, con l’obiettivo di rimettere in sesto i locali necessari alle attività agricole della zona e di scongiurare il rischio di crolli, considerati pericolosi soprattutto per i bambini che frequentano il borgo. I lavori, però, si bloccano quasi subito.

Dopo aver completato appena il 18% delle opere previste, il 28 maggio 1974 l’impresa sospende i lavori senza fornire alcuna spiegazione ufficiale. L’ESA la sollecita più volte a riprendere le attività e arriva persino a notificarle delle diffide formali ma senza alcun risultato. A quel punto l’Ente decide di portare la questione al Consiglio di Amministrazione, con l’intenzione di risolvere il contratto per inadempienza dell’appaltatore e di trattenere la cauzione versata.

La risposta dell’impresa Ricottone arriva inaspettata: il 3 dicembre 1974 notifica un atto di citazione all’ESA e lo cita in giudizio davanti al Tribunale di Palermo, ribaltando la situazione e chiedendo la risoluzione del contratto per colpa dell’Ente. Il giudice apre il procedimento e dispone una perizia tecnica per fare chiarezza.

È proprio durante questa fase che si apre uno spiraglio: tramite il proprio legale, l’impresa si dice disponibile a ritirare la causa e a riprendere i lavori, a condizione che venga riconosciuta una revisione dei prezzi, diritto peraltro previsto dalla normativa vigente. L’impresa si impegna inoltre a farsi carico di tutte le spese processuali. L’accordo viene raggiunto e il 2 luglio 1975, l’ESA comunica ufficialmente la ripresa dei lavori che vengono portati a termine in breve tempo.

In base alla legge 890/1942 che obbliga l’Ente a consegnare ai comuni di pertinenza i borghi rurali della Sicilia, il 10 giugno 1978 viene deliberato il passaggio di proprietà definitivo. L’amministrazione comunale deve garantire secondo la normativa che tutti gli edifici siano adibiti in modo permanente a servizi di pubblica utilità. Nonostante i provvedimenti e gli accordi presi tra le parti, Borgo Petilia rimane ancora oggi parzialmente nella disponibilità dell’ESA. Alcuni edifici, come l’ex sede municipale, è invece gestita dal comune nisseno.

La riconversione di alcuni borghi per finalità sociali è stata una pratica consueta. Basti pensare alle comunità alloggiate nei padiglioni della Bardara di Lentini o a Borgo Grancifone-La Loggia. Così, il 27 ottobre 1992 l’associazione Casa Famiglia Rosetta richiede all’ESA i locali dell’ex casa comunale che si trovano in pessimo stato. A occuparsi dei lavori sarebbe stata la stessa associazione grazie ai fondi raccolti dal suo presidente, il Sac. Vincenzo Sorce, e grazie all’aiuto dei volontari e degli ospiti. Lo scopo della casa-famiglia è quello di aiutare e supportare persone malate, anziani, tossicodipendenti, ragazze madri e minori per offrire loro «un’esistenza dignitosa».

Nel 2011, Borgo Petilia viene inserito nel progetto Le vie dei borghi, curato dall’Ing. Morello e promosso dall’Ente di Sviluppo Agricolo. L’idea è quella di collegare otto borghi posti lungo un asse che va dalla provincia di Trapani a quella di Catania: Bruca, Borzellino, SchiròPortella della CroceVicaretto, Petilia, BaccaratoLupo. Un itinerario lungo circa 200 km, studiato con tracciati alternativi, che in un disegno organico complessivo propone percorsi a cavallo, in bicicletta o per gli appassionati di trekking.

Le opere relative al centro nisseno riguardano:

  • il restauro filologico degli edifici per ripristinarne la configurazione originale;
  • la promozione e commercializzazione dei prodotti alimentari e artigianali di qualità della provincia di Caltanissetta;
  • lo sviluppo di un centro museale dimostrativo-didattico per le attività agricole e artigianali del comprensorio;

Prima di avviare qualsiasi intervento di recupero, è stato necessario sgomberare gli edifici occupati abusivamente o abbandonati, sanare le costruzioni realizzate senza autorizzazione e mettere in sicurezza le strutture più degradate. Tuttavia, il cantiere non è mai stato avviato, così come non è mai stato realizzato il progetto di un micromuseo della civiltà agricola e del paesaggio agrario, che era stato inserito nel programma di sviluppo rurale.

Nel 2018 il Comune di Caltanissetta ha programmato il recupero dell’ex sede municipale che si affaccia sulla piazza centrale del borgo. I lavori, del valore di circa 300mila euro, hanno previsto il rifacimento degli ambienti interni ed esterni e la demolizione del corpo destro dell’edificio, un intervento che ha rappresentato un ulteriore e irreversibile danno alla memoria e al progetto architettonico originario.

Su sollecito del parroco, l’Amministrazione comunale ha poi affidato gli spazi all’Associazione SS. Crocifisso e S. Isidoro, che vi ha trovato una sede per le proprie attività e per l’organizzazione della festa patronale. Il 31 gennaio 2025, infine, il Dipartimento dello sviluppo rurale e territoriale della Regione Siciliana ha pubblicato un avviso per la concessione di un immobile da ristrutturare da destinare a centro di primo soccorso per la fauna selvatica.

Oggi Borgo Petilia è un luogo sospeso tra passato e presente. Le sue strutture architettoniche resistono come testimoni silenziose di un progetto incompiuto, ma l’anima più profonda del borgo è andata perduta. A tenerla viva sono alcuni volontari, spesso ex abitanti o discendenti di chi visse quella stagione rurale che, attraverso eventi, incontri e giornate dedicate alla cultura contadina, restituiscono occasionalmente vita al villaggio di Xirbi. È grazie a loro che questo luogo continua a essere qualcosa di più di un semplice reperto storico.

La vicenda di Borgo Petilia racconta molto della Sicilia agraria del Novecento, ma anche di un paese che nel processo di modernizzazione ha spesso sacrificato le identità culturali dei territori rurali e la profondità delle relazioni umane che li animavano. Le ragioni di questo fallimento sono molteplici: infrastrutture insufficienti, abbandono da parte della politica, assenza di un’economia locale sostenibile e un modello di sviluppo che ha privilegiato l’urbanizzazione a scapito della qualità della vita nelle aree interne. In un tempo in cui si riscopre il valore della lentezza, della sostenibilità e delle comunità locali, la storia del borgo di Garistoppa invita a immaginare nuovi modelli capaci di valorizzare queste realtà senza condannarle né all’abbandono né a una musealizzazione inefficace.

Borgo Gattuso - Petilia [29.12.2024]