Santuario di Castel Bilici

Il Santuario del Santissimo Crocifisso di Castel Bilici si trova su una collinetta a circa 499 metri di altitudine, nei pressi di Borgo Vicaretto e del Feudo Tudia, ad est del corso del torrente Bilìci, in un paesaggio collinare tipico della Sicilia interna del latifondo. Il Feudo Bilìci era uno dei grandi possedimenti granari della contea ventimigliana di Geraci (più tardi, dal 1354, farà parte di quella di Collesano) ed il castello, o più probabilmente la masseria incastellata, era certamente funzionale allo sfruttamento agricolo del territorio. Seguendo le carte IGM25000, si può notare che le tracce del castello sono identificabili in pochi resti murari inglobati nelle strutture edilizie più recenti, mentre la piccola chiesetta rurale risalente al 1841 risulta in ottimo stato, grazie ad un restauro dopo anni di abbandono.
All’interno dell’edificio sacro è conservato un crocifisso del XVII secolo (“U Signuri di Bilici”), realizzato da Frate Innocenzo di Petralia, il cui vero nome era Giovanni Giuseppe Calabrese, noto come il pastorello Vanni Calabrisi. Da qui, la nascita del culto per la cosiddetta “grotta del pastorello” o “grotta del miracolo”. Calabrese, infatti, volendo realizzare un crocifisso, trasse dall’acqua del fiume un pezzo di legno e si mise a lavorarlo nella grotta ma in nessun modo riuscì a realizzare il volto. Stanco, si addormentò ma al risveglio scoprì che l’uomo del crocifisso aveva un volto bellissimo, scolpito in maniera prodigiosa. Il Crocifisso venne donato alla duchessa Maria Ferrandina Alvarez e portato a Castel Bilici il 3 maggio 1638 (giorno di Santa Croce e data in cui ancora oggi si svolgono solenni celebrazioni e festeggiamenti). Fu posto nella cappella baronale della masseria del feudo. Il manufatto avrebbe mostrato proprietà taumaturgiche, richiamando devoti da ogni parte della regione che nell’ultima parte del percorso camminano scalzi in segno di venerazione e rispetto.
È di recente scoperta, all’interno di un ampio locale posto alle spalle della Chiesa, la presenza di un incalcolabile numero di graffiti e incisioni, iscrizioni, date, sigle, iniziali, simboli che sono stati lasciati nel corso di più secoli sull’intonaco del salone ad archi. Essendo ancora inediti e mai pubblicati, dovranno essere mappati e catalogati al fine di farne una prima classificazione per genere (si va da segni profani a simboli sacri). Tra le diverse inscrizioni, sembra essere di maggior pregio una Triplice Cinta, tracciata senza rispettare una geometria precisa, nè una proporzione armonica. Si può dedurre che chi l’ha eseguita volesse lasciare quel segno a scopo simbolico, senza curarne i dettagli. Il qadrato più interno ha assunto una forma bizzarra, probabilmente perchè lo strumento a punta fine usato dall’anomimo incisore è scivolato, spostandosi dal disegno. Inoltre, il quadrato intermedio ha lati diseguali, con “interferenze” di segmenti che fanno pensare ad un “aggiustamento” in corso d’opera o a rielaborazioni successive. I segmenti mediani si incrociano al centro, come quelli diagonali e la superficie dello schema è costellata da scalfitture lasciate con strumento a punta, ma non sappiamo se intenzionalmente o meno. Ciò che appare esclusa è la funzione ludica. Inoltre, sono state rilevate sulle pareti anche molti calici eucaristici, stelle, pentacoli e figure antropomorfe tra cui un cammello e un cervo. Alcune date rimandano molto indietro nel tempo: la più vecchia è del XIV secolo e un paio di nomi incisi sono arabi (Moamed, Moamod). La maggior concentrazione è però ascrivibile tra XVI e XVII secolo. C’è ancora molto lavoro da fare e gli studi sembrano proseguire con interesse e attenzione. (l’articolo completo è QUI)