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Ex Feudo Polizzello

In questa sede prenderemo in considerazione le vicende che interessano l’ex Feudo Polizzello dall’inizio dell’operato dell’ONC in Sicilia, quindi dal 1920 circa. La storia di Polizzello è, infatti, complessa e rappresenta ancora oggi uno spaccato della Sicilia in cui politica, Mafia, affari ed immobilismo si sono intrecciati. Per questo motivo, abbiamo deciso di raccontare la storia del feudo riportando gli atti della Commissione Parlamentare d’Inchiesta, in particolare l’estratto “Genco Russo e la questione del feudo Polizzello”, mezzo che riteniamo essere il miglior strumento per analizzare le vicende accadute. Fondamentali, inoltre, sono stati anche i testi di Francesco Di Bartolo e il testo “36 anni dell’Opera nazionale per i combattenti: 1919-1955“, edito dalla stessa ONC.
L’ex feudo Polizzello era una vasta estensione di terreno di circa 1.918 ettari, di cui 1.800 circa a coltura, sito a pochi chilometri dall’abitato di Mussomeli, lungo la strada provinciale Mussomeli-Villalba originariamente di proprietà dei principi Lanza Branciforti di Trabia, gli stessi che avviarono le opere di bonifica nella zona del Lago di Lentini, a ridosso del villaggio operaio della Bardara, seguendo le direttive imposte dalle leggi sul miglioramento fondiario e sulla bonifica integrale promulgate dal governo fascista. Contemporaneamente, in tutta la Sicilia diversi furono i proprietari terrieri che, per evitare l’esproprio, si adoperarono per attuare le nuove direttive statatali: tra questi i casi di Libertinia, della Ducea di Bronte, delle case coloniche presso Canzirotti, del Borgo Santa Rita e delle tenute Serra, Chiarastella e Stellone nei pressi di Villafrati di proprietà di Ignazio Lanza Filangeri.
L’azione dell’Opera Nazionale Combattenti inizia grazie all’art. 5 del Decreto Luogotenenziale 10 dicembre 1917, n. 1970 a cui fa seguito il primo Regolamento Legislativo per l’ordinamento e le funzioni con Decreto Luogotenenziale del 16 Gennaio 1919 n.55. Ciò permise all’Opera di avviare il sostegno e “l’assistenza morale, economica, finanziaria, tecnica dei militiari di truppa e degli ufficiali che hanno combattuto per la difesa della Patria” durante il primo conflitto mondiale. Il nuovo istituto avrebbe, inoltre, affinato con l’educazione professionale la forza lavoro dei reduci.
Secondo quanto imposto dall”Art. 3 del primo regolamento, le principali funzioni dell’ONC furono ripartite in tre grandi branche di attività:

  • azione sociale, diretta ad agevolare ai combattenti lo svolgimento della loro attività economica e professionale, particolarmente con il riallenamento e il perfezionamento della loro capacità specifica al lavoro;
  • azione finanziaria, che doveva favorire la ripresa delle attività produttive dei combattenti singoli e delle loro organizzazioni economiche (cooperative) mediante il credito fondiario, artigiano, piccolo industriale.
  • azione agraria, volta a costituire un patrimonio terriero e a valorizzarlo col lavoro dei combattenti, i quali, in definitiva, e in prosieguo di tempo, dovevano acquisirne la proprietà.

Il regolamento del 1919 imponeva all’Opera lo sviluppo economico e sociale del paese, provvedendo alle trasformazioni fondiarie delle terre ed all’incremento della piccola e media proprietà, in modo da accrescere la produzione e favorire un’esistenza stabile sui luoghi di una più densa popolazione agricola. Tutto ciò avrebbe portato a “quel programma che dovrà, poi, giungere fino alla costruzione di nuovi borghi e città nei conquistati comprensori di trasformazione”.
Il 31 Dicembre 1923 con R.D. n.3258 fu emanata la prima riforma del regolamento dell’Opera a cui si aggiunse un’ulteriore modifica il 16 Settembre 1926 con R.D.L., n.1606, convertito nella Legge 16 Giugno 1927, n.1100. Questa tolse all’ONC le “attività transitorie dell’immediato dopoguerra, per indirizzare tutte le forze alla rinascita agricola del paese”. Da questo nuovo corso, l’Opera trovò spazio di azione per le vicende che caratterizzarono gli eventi del Feudo Polizzello. In Sicilia, il patrimonio attribuito all’ONC ammontava a 12.188,19Ha, un sesto circa delle proprietà dell’Agro Pontino, territorio in cui l’Opera si mobilitò in modo più profondo che altrove. Nell’isola venne istituito un organo decentrato, l’ispettorato regionale dell’ONC in Sicilia, che fu un caso unico in Italia, assimilabile all’Ispettorato per l’Agro romano creato agli inizi degli anni trenta per pilotare il processo della bonifica integrale nel Lazio. Nel 1919, grazie alla presenza all’interno del consiglio di amministrazione del siciliano Raffaele Di Martino, “la Sicilia stava per essere menzionata all’attenzione dell’agenda politica nazionale”. A dirigere il nuovo ufficio periferico fu nominato il 13 Aprile 1920 il Professore Pietro Di Stefano che durante la sua reggenza ebbe il compito di procedere ad espropri, prendere in locazione o utenza fondi rustici, concedere in fitto ai combattenti agricoltori e a società cooperative i fondi rustici presi in locazione, amministrarli, stabilire la durata delle locazioni e riscuotere gli estagli.
Tuttavia, uno dei maggiori ostacoli per l’azione dell’ONC nell’intera isola fu la comparsa incontrollata di cooperative di ex-combattenti tra il 1919 ed il 1920. Si stima che nella sola provincia di Catania, ad esempio, erano presenti ed attive circa 57 cooperative. Una tale e smisurata organizzazione comportava indubbiamente la crescita di “spinte rivendicative dal basso e di pressioni clientelari”. In questo clima di incertezza e sfiducia nei confronti dell’Opera, si adattarono perfettamente gli interessi della Mafia locale.
Secondo quanto riportato dagli atti della Commissione Antimafia, nel Maggio 1920

la cooperativa Combattenti di Mussomeli inoltrò all’ONC istanza per la espropriazione del feudo Polizzello e di altri due feudi della zona, il Valle ed il Reina, per un totale di 2.800 ettari circa.
Il proprietario dei feudi, principe Pietro Lanza Branciforti di Trabia, riusciva, però, a persuadere i maggiori esponenti della cooperativa a rinunciare all’esproprio e ad accettare un contratto di affitto a miglioria per la durata di 29 anni e rinnovabile per altri nove anni « di rispetto » di soli ettari 848 del feudo Polizzello (meno di un terzo della zona richiesta). Concedeva, invece, la rimanente estensione, e gli altri due feudi Valle e Reina (1.900 ettari circa), a privati che non erano ex combattenti e nemmeno — nella maggior parte — coltivatori diretti: questi sfruttavano la terra, concedendola a loro volta, con un aumento dell’estaglio, in subaffitto oppure gestendola a mezzadria.
In conseguenza di tale accordo, il collegio arbitrale centrale, riconosciuto che il fine sociale di dare la terra ai coltivatori era stato raggiunto con il contratto di affitto a lunga scadenza, ritenne di non dover più disporre l’espropriazione.
La Combattenti ripartì quindi la terra tra 250 soci che iniziarono subito la coltivazione e la bonifica, incuranti dei danneggiamenti e delle intimidazioni che la malavita locale aveva intrapreso contro di loro; la cooperativa, però, già nel 1933 dovette accettare un nuovo contratto con un aumento dell’estaglio da chilogrammi 448 a chilogrammi 602 di grano per ogni salma di terra. Pubblicata, poi, la legge 2 gennaio 1940 per la colonizzazione del latifondo siciliano ed essendo stati sciolti, conseguentemente, tutti i contratti di affitto, la cooperativa dovette subire un ulteriore aumento dell’estaglio portato a chilogrammi 756 di grano per ogni salma di terreno.
Il Lanza e, più ancora, suo nipote Galvano Lanza di Trabia, divenuto dopo la sua morte amministratore del feudo, avevano da tempo intrapreso un sordo lavorìo per rientrare in possesso delle terre locate, favoriti in ciò dal fatto che la misura assai gravosa dell’estaglio costringeva molti contadini ad abbandonare le terre. Nel 1945 traendo spunto dalla mancata corresponsione da parte della cooperativa di una differenza di estaglio, venne quindi intrapresa una lunga lite giudiziaria che, dopo alterne vicende, consentì nel 1949 ai Lanza di sfrattare 75 famiglie e di rioccupare 250 ettari. I Trabia si accingevano anche a rioccupare altri 150 ettari; i restanti 450, scarsamente fertili e posti in zone malariche, sarebbero invece rimasti agli ex combattenti.
Questi ultimi, allora, capeggiati da certo Vincenzo Messina, chiedevano nel luglio 1949 all’Opera nazionale combattenti di «riesumare la pratica di esproprio e di promuoverlo nuovamente, affinché le terre potessero essere cedute in proprietà agli agricoltori».
Nel frattempo, il 9 ottobre 1940 anche l’altra cooperativa di Mussomeli, la Pastorizia, stipulò un contratto di gabella per la durata di nove anni di fermo e di nove anni di «rispetto» (cioè di tacito rinnovo) relativo ad una notevole estensione del feudo Polizzello (ettari 853 circa).
Pertanto all’atto dell’esproprio e salvo la definizione della pendenza in atto fra i Trabia e la Combattenti, il feudo era quasi interamente tenuto in affitto dalle due cooperative agricole di Mussomeli, la Pastorizia e la Combattenti e gli affittuari versavano ai proprietari del fondo, Galvano e Raimondo Lanza Branciforti di Trabia, un canone di affitto in natura (estagli di grano) nelle misure previste dai rispettivi contratti […].
La cooperativa Pastorizia (presieduta da Giuseppe Sorce e di cui faceva parte, quale consigliere, anche Genco Russo, luogotenente di Don Calogero Vizzini) conduceva il terreno a mezzadria, mentre la cooperativa Combattenti (presieduta da Giuseppe Genco Russo, consiglieri Giuseppe Sorce e Calogero Castiglione) la conduceva in parte a mezzadria e in parte ad affittanza diretta.
L’intero fondo, ripartito in quote di diversa grandezza, dava lavoro a circa 400 famiglie di Mussomeli. Ma tale numero si sarebbe potuto portare a 500 solo che si fosse ridotta l’eccessiva estensione di alcune quote assegnate a taluni dei soci della cooperativa Pastorizia. Questa cooperativa, infatti, raggruppava soltanto 50 soci che detenevano in fitto il terreno coltivato per ettari 633 circa da quasi 210 coloni in proprio (in lotti di circa 3 ettari ciascuno), e per ettari 320 circa, da 11 famiglie coloniche con il sistema della colonia classica (mezzadria). La cooperativa Combattenti aveva ripartito 614 ettari di terreno tra i singoli soci, in numero di circa 200-250 (affittuari diretti), mentre i restanti 236 ettari erano assegnati ad 11 famiglie coloniche.
Le due cooperative costituivano già da tempo il mezzo attraverso il quale Genco Russo e il gruppo mafioso di Mussomeli esercitavano un monopolio di fatto sui contadini, come conferma u n a relazione della guardia di finanza del 15 giugno 1964 che specifica: « In qual modo quel monopolio… si traducesse in pratica e chi fossero quelle persone che lo esercitavano non è possibile dimostrare con dati e prove, ma non è difficile avanzare supposizioni concrete, scaturenti da indizi rivelatori, specie per quanto riguarda la Pastorizia.
« Significativa è, per esempio, la circostanza che la cooperativa Pastorizia fosse ristretta solo a 50 soci, mentre i 953 ettari di terreno tenuti in affitto erano coltivati da più di 200 famiglie coloniche; che i soci della Pastorizia traessero dal fondo profitti soddisfacenti è dimostrato, ad esempio, dal fatto che inizialmente ebbero ad osteggiare l’idea dell’esproprio.
« Altrettanto eloquente è il fatto che i rappresentanti delle due cooperative interrogati (Giuseppe Sorce, Giuseppe Genco Russo, Calogero Castiglione e « don» Pasquale Canalella per la Pastorizia e lo stesso Giuseppe Genco Russo e Giuseppe Seminara per la Combattenti) abbiano impedito l’acquisizione dei documenti contabili delle due società, sebbene non dovessero avere al riguardo preoccupazioni di natura fiscale, data l’ormai operante prescrizione dovuta al tempo trascorso. Sembra evidente che essi abbiano voluto evitare un controllo dei rapporti tenuti dalla cooperativa con i coltivatori delle terre, mezzadri e coloni, e in particolare per quanto riguardava la ripartizione dei prodotti agrari. Il libro degli inventari e il libro cassa, i soli documenti esibiti dopo reiterate insistenze, non permettono ovviamente l’effettuazione di quel controllo… ».
Neanche l’esproprio del feudo, a favore dell’Opera nazionale combattenti, definito con decreto del Presidente della Repubblica del 7 dicembre 1950 segnò la fine di quel monopolio, come specifica la relazione sopra citata che così si esprime: « Le sorti del feudo non furono decise dalle centinaia di agricoltori, bensì da un gruppo di pochi individui (fra cui le persone sopra indicate), peraltro in lotta fra loro, forti di un’autorità di fatto ampiamente esercitata nell’ambiente locale e riconosciuta o subita, in pratica, anche dall’esterno ».
Favorito dalle complesse vicende che riguardarono tanto l’esproprio a favore dell’Opera nazionale combattenti, quanto la determinazione delle indennità, quanto infine il subentro nel 1958 dell’Ente di riforma agraria in Sicilia all’Opera nazionale combattenti in tutti i rapporti relativi al feudo Polizzello, quel monopolio sarà esercitato attraverso il fittizio mantenimento in vita delle due cooperative in questione e la creazione di un comitato locale che riunirà i maggiorenti di Mussomeli.
In effetti da un punto di vista giuridico negli anni successivi al 1950, dopo cioè l’esproprio da parte dell’Opera nazionale combattenti, le cooperative in questione cessarono ogni attività di gestione diretta ed avrebbero dovuto, pertanto, cessare di esistere come tali. Esse, però, continuarono a pretendere di rappresentare gli interessi dei soci quotisti — fino a giungere, come si vedrà, alla pretesa da parte della Pastorizia di ottenere come tale le 51 quote assegnate ai suoi soci — pur essendo organi sociali ormai privi di scopo perché, con la distribuzione delle terre ai quotisti, ciascuno di essi aveva assunto verso l’Opera nazionale combattenti e verso i terzi la veste di unico possessore e conduttore del terreno assegnatogli.
Per maggiore chiarezza è comunque opportuno delineare per sommi capi l’iter delle vertenze legali intercorse fra i proprietari espropriati e l’Opera nazionale combattenti in tema di legittimità dell’esproprio e di determinazione della indennità definitiva di esproprio.
La ditta espropriata, Lanza Branciforti di Trabia, presentò ricorso al Consiglio di Stato chiedendo l’annullamento del decreto presidenziale del 7 dicembre 1950. Nel giudizio intervennero ad adiuvandum le cooperative l’Umanitaria di Mussomeli e Agricoltori e reduci di guerra di Villalba a favore delle quali i Trabia, con contratto del 22-23 dicembre 1950 (e perciò successivamente al decreto di esproprio), avevano concesso in enfiteusi una notevole parte del feudo Polizzello.
Nell’agosto del 1951 il Consiglio di Stato rigettava in parte i ricorsi in questione, dichiarandoli per il resto inammissibili. Nel maggio del 1953, però, la Corte di cassazione annullava la decisione del Consiglio di Stato nella parte in cui si dichiarava inammissibile il ricorso per difetto di giurisdizione. I Trabia riproponevano pertanto ricorso al Consiglio di Stato con atto depositato il 20 agosto 1953 chiedendo l’annullamento del decreto di esproprio, ricorso al quale rinunceranno il 10 luglio 1956 a seguito dell’accordo raggiunto con l’Opera nazionale combattenti e con l’Ente di riforma agraria in Sicilia.
Per ciò che riguarda l’indennità di espropriazione, è da premettere che i funzionari dell’Opera nazionale combattenti nel periodo di preparazione dell’esproprio (1949-1950) avevano in più occasioni indicato agli agricoltori il prezzo del terreno in circa 70-80 mila lire ad ettaro, per un totale complessivo oscillante, per l’intero feudo, fra i 130 e i 200 milioni fra capitale, interessi e accessori.
All’atto della espropriazione l’Opera nazionale combattenti aveva versato alla Cassa depositi e prestiti l’indennità offerta, ma non accettata dalla ditta Lanza di Trabia, di 40 milioni. L’indennità veniva però determinata il 3 novembre 1953, dal collegio arbitrale provinciale di Caltanissetta nella cifra di lire 645.578.125; su appello dell’Opera nazionale combattenti e della ditta espropriata il collegio arbitrale centrale, con decreto del 4 gennaio 1955, determinava l’indennità definitiva che l’Opera nazionale combattenti era tenuta a corrispondere ai Lanza di Trabia per il trasferimento in proprietà del fondo Polizzello in lire 342.640.647.
Proprio la necessità di approntare sollecitamente la somma di 40 milioni da depositare presso la Cassa depositi e prestiti entro 30 giorni dalla registrazione del decreto di esproprio determinò una situazione particolare che si risolverà a tutto vantaggio del gruppo di mafiosi che erano a capo delle due cooperative: l’Opera nazionale combattenti, non disponendo della somma richiesta, si rivolse infatti al comitato locale e attraverso di esso alle cooperative Combattenti e Pastorizia che organizzarono rapidamente nel gennaio e nel febbraio del 1951 la raccolta di 33 milioni tramite versamenti di 80.000 di lire pro capite, facendo intervenire per i restanti 7 milioni la Cassa rurale San Giuseppe di Mussomeli con un prestito garantito da una cambiale a firma di Giuseppe Genco Russo, Vincenzo Messina, Giuseppe Seminara ed altri. Con questo mezzo i vari Sorce e Genco Russo egemonizzarono fin dall’inizio ogni decisione in merito al feudo Polizzello.
Essi infatti pretenderanno di considerare il versamento della quota di 80 mila lire come « titolo indispensabile per partecipare alle assegnazioni », riuscendo in tal modo a scegliere a loro piacimento i beneficiari dell’assegnazione delle terre che avessero o no i titoli richiesti, e costituendo una pregiudiziale alla futura assegnazione cui l’Opera nazionale combattenti avrebbe dovuto invece giungere attraverso una rigorosa procedura basata su determinati titoli e qualifiche. Evidentemente con tale sistema si determinava una situazione che non avrebbe garantito alcun rispetto della regolarità e imparzialità nella scelta degli assegnatari, escludendo addirittura di fatto l’Opera nazionale combattenti da ogni intervento diretto, come giustamente osserva la più volte citata relazione della guardia di finanza: «mentre l’Opera avrebbe dovuto e potuto pretendere il versamento di quelle somme da coloro che fossero stati già designati quali assegnatari delle quote, perché in possesso delle qualifiche previste, richiese ed ottenne dalle cooperative i versamenti prima ancora di predisporre la lista dei legittimi assegnatari.
« È chiaro quindi come i vari Messina, Sorce, Genco Russo, ecc., ebbero piena, libera iniziativa di precostituire, secondo i propri scopi, un diritto di fatto alla concessione delle quote da parte di coloro che effettuarono i versamenti, versamenti che essi stessi poterono disciplinare a piacimento ».
Del resto, la stessa Opera nazionale combattenti darà validi appigli alle pretese di Genco Russo e dei suoi accoliti trattando sempre con il comitato locale anziché con i singoli quotisti e rivolgendosi addirittura alle due cooperative per il pagamento dei geometri che avevano proceduto alle operazioni di quotizzazione.
Dopo aver preso possesso nell’ottobre del 1951 del feudo e dopo aver iniziato le operazioni di quotizzazione, l’Opera nazionale combattenti doveva dunque procedere alle assegnazioni delle singole quote.
Nell’ottobre del 1952 richiese pertanto con una lettera diretta alla cooperativa Combattenti, alla sezione combattenti e reduci di Mussomeli e alla federazione provinciale di Caltanissetta l’inoltro da parte degli agricoltori interessati delle domande di assegnazione e dei documenti giustificativi dei titoli richiesti. Come specifica la relazione più volte citata, « fu questa la scintilla che fece scoppiare apertamente il contrasto tra i ” notabili ” di Mussomeli, costretti a rivelare il loro gioco, e l’Opera nazionale combattenti, e che determinò anche qualche attrito in seno alla stessa Opera nazionale combattenti, tra ufficio di Catania e sede centrale.
« La cooperativa Combattenti, infatti, con un lungo esposto del 7 ottobre 1952 diretto all’Opera nazionale combattenti, ed a firma di Giuseppe Genco Russo, quale presidente della società, rispondeva all’Opera affermando che:

  1. secondo le disposizioni impartite dalla sede centrale, prima e dopo l’esproprio, un comitato locale aveva provveduto, di già, a predisporre l’elenco degli assegnatari del fondo, tutti in possesso dei titoli previsti, e che lo stesso comitato aveva agito ” con la massima correttezza “;
  2. si doveva a quel comitato la raccolta dei 40 milioni, senza i quali l’Opera nazionale combattenti avrebbe dovuto rinunziare all’esproprio;
  3. il versamento delle 80 mila lire veniva a costituire, per gli agricoltori, il ” titolo indispensabile per partecipare alle assegnazioni “;
  4. l’Opera nazionale combattenti, quindi, doveva al più presto assegnare le quote del Polizzello agli agricoltori già designati dal comitato;

essa Opera, del resto, affidando la quotizzazione al comitato e non versando in proprio i 40 milioni si era ” spogliata moralmente e materialmente del proprio diritto sul feudo Polizzello “.
« Veniva, infine, respinta la proposta fatta dall’Opera nazionale combattenti di affidare alla stessa cooperativa, per l’annata agraria 1952-1953, la conduzione dell’intero fondo, in attesa che l’Opera potesse, nel frattempo, controllare la posizione di ciascun aspirante all’assegnazione, sorteggiare le quote e stipulare i singoli atti di promessa vendita ».
Il capo dell’ufficio dell’Opera nazionale combattenti di Catania, l’avvocato Antonino Todaro, replicava esponendo il proprio punto di vista alla sede centrale lamentando di essere stato tenuto all’oscuro degli eventuali accordi intercorsi tra la sede centrale ed i dirigenti la cooperativa combattenti, qualora fosse vero quanto veniva asserito nell’esposto. L’avvocato Todaro affermava inoltre che, comunque, la sede centrale non aveva potuto affidare alla cooperativa la vantata ampia potestà di scegliere gli assegnatari e denunciava le manovre del comitato che, nonostante le ripetute insistenze, non gli aveva mai fatto avere l’elenco degli aspiranti quotisti, completo dei dati dimostrativi della idoneità ad ottenere l’assegnazione di quote, e che tale elenco gli era stato alla fine consegnato soltanto il 25 settembre 1952, per cui appariva chiaro che il comitato mirava a porre l’Opera nazionale combattenti di fronte al fatto compiuto ed a costringerla ad accettare «i nominativi o di persone appartenenti alla stessa corrente politica dei dirigenti o di persone ben viste per altro verso e per altri meriti agli stessi ».
Concludeva, infine, col dire che le manovre dei dirigenti delle cooperative dovevano essere superate mediante « un atteggiamento costantemente energico ed inflessibile » che egli aveva frattanto assunto.
La situazione a Mussomeli si faceva, intanto, difficile: l’esproprio del feudo Polizzello era stato accolto assai favorevolmente dagli agricoltori sia perché esso tendeva alla formazione della piccola proprietà terriera, sia principalmente perché si riteneva che il prezzo di acquisto delle quote attribuite tramite l’Opera nazionale combattenti sarebbe stato equo e vantaggioso ad un tempo. Già nell’agosto del 1952, però, alcuni agricoltori di Mussomeli, dichiarando di appartenere alla costituenda associazione dei coltivatori di Polizzello, votavano un ordine del giorno diretto all’Opera nazionale combattenti e a diverse autorità con il quale, fra l’altro, denunciavano «le sopraffazioni di una cricca ben individuata di persone che vorrebbero mantenere il loro dominio sul fondo contro gli interessi di centinaia di famiglie di contadini e della produttività ». Come specifica una lettera dell’ottobre 1952 con cui l’avvocato Todaro metteva al corrente la sede centrale dell’Opera nazionale combattenti dello sviluppo degli avvenimenti, il 12 ottobre era stato tenuto a Mussomeli un comizio da parte del deputato regionale, Michele Pantaleone di Villalba, il quale aveva accusato l’Opera di voler danneggiare i coltivatori del Polizzello, impedendo loro la semina per l’annata agraria in corso, qualora si fosse dovuto procedere alle assegnazioni delle quote attraverso la laboriosa procedura dettata dall’Opera stessa.
Vincenzo Messina ed il comitato locale avevano proposto che l’Opera nazionale combattenti procedesse, frattanto, ad una assegnazione provvisoria delle quote a coloro che, a suo tempo, avevano versato le note 80 mila lire.
La sede centrale dell’Opera nazionale combattenti aderiva a tale proposta, consentendo la consegna dei terreni a titolo « precario » agli assegnatari prescelti dal comitato ed avallando così, indirettamente, l’operato di quest’ultimo.
Il comitato era composto da Giuseppe Genco Russo, Giuseppe Sorce, Vincenzo Messina, Giuseppe Seminara, dal parroco e dal sindaco di Mussomeli, ed aveva l’incarico, commessogli dalla sede centrale dell’Opera nazionale combattenti, di vagliare le istanze degli aspiranti alle assegnazioni di quote del Polizzello.
All’assegnazione precaria delle 519 quote del fondo provvide l’ufficio di Catania dell’Opera nazionale combattenti, mediante sorteggio pubblico effettuato in Mussomeli il 14 novembre 1952. Non tutte le quote vennero, però, sorteggiate.Infatti:

  1. 142 vennero attribuite senza sorteggio ad altrettanti soci della cooperativa Combattenti, vecchi affittuari dei Trabia;
  2. n. 51 quote vennero assegnate, sempre senza sorteggio, ai soci della cooperativa Pastorizia, la quale aveva preteso che l’assegnazione fosse fatta alla società come tale e non ai singoli soci;
  3. n. 309 furono sorteggiate;
  4. n. 3 riservate al Corpo forestale di Caltanissetta per vivaio sperimentale;
  5. n. 14 trattenute dall’Opera nazionale combattenti per un campo sperimentale.

Come era da attendersi, al sorteggio presenziarono i presidenti delle due cooperative, Giuseppe Genco Russo e Giuseppe Sorce, ed il presidente dell’associazione combattenti di Mussomeli, Vincenzo Messina.
Dopo il sorteggio sorsero i primi malumori, e l’eco delle rimostranze sollevate dall’attribuzione delle quote si aveva anche alla Camera dei deputati attraverso una interrogazione degli onorevoli La Marca, Sala, Di Mauro, Grammatico e d’Amico presentata ai primi di dicembre del 1952, in cui si lamentava che:

  1. erano stati esclusi dalle assegnazioni contadini che, pur avendo diritto, non avevano potuto versare preventivamente la somma di lire 80.000 richieste per l’inserimento nell’elenco degli assegnatari;
  2. erano state assegnate quote a persone che non coltivavano la terra, con l’estromissione dal fondo dei coltivatori autentici;
  3. erano stati assegnati in blocco 176,38 ettari di terra alla cooperativa Pastorizia composta di circa 50 elementi, in gran parte né contadini né combattenti, «guidati da elementi notoriamente qualificati come dirigenti della mafia locale»;

Lo scandalo aveva determinato vivo fermento tra i contadini, i quali si erano chiaramente convinti che la mafia locale intendeva servirsi dell’Opera nazionale combattenti per perseguire i propri fini speculativi ai danni dei coltivatori diretti.
A seguito di tale interrogazione, su richiesta del Ministero dell’agricoltura, l’Opera nazionale combattenti precisava che le assegnazioni avevano validità precaria, in attesa di dare ad esse validità definitiva a favore di coloro che avessero dimostrato, entro il 31 dicembre 1952, di averne diritto; infatti, già all’atto dell’attribuzione delle quote, l’Opera nazionale combattenti si premurò di disciplinarne i propri rapporti con gli assegnatari « precaristi » ed a tal fine predispose e fece firmare a costoro una istanza per l’ottenimento della quota, con l’impegno di accettare tanto la quota assegnata, quanto il relativo prezzo e una dichiarazione di impegno:

  1. ad esibire entro il 31 dicembre 1952 la documentazione comprovante il diritto alla concessione della quota;
  2. ad assoggettarsi ad ogni decisione successiva dell’Opera nazionale combattenti;
  3. in caso di assegnazione definitiva, a corrispondere all’Opera ogni somma richie^ sta, a sottoscrivere ogni atto e ad eseguire ogni trasformazione del terreno imposta dall’Opera;
  4. ad indennizzare l’Opera nazionale combattenti in caso di revoca della concessione.

Tutti gli assegnatari precaristi firmarono le dichiarazioni, fatta eccezione per i soci della Pastorizia, che si rifiutarono di farlo, invocando il loro diritto ad ottenere le quote in blocco in quanto la cooperativa si era resa benemerita nel cooperare nella riuscita della pratica di esproprio; perché i propri soci erano stati i primi a versare la somma pro capite di 80.000 lire; perché i dirigenti di essa avevano firmato cambiali per 7 milioni necessari a completare la somma di 40 milioni per il pagamento dell’indennità di esproprio; perché infine gli stessi funzionari dell’Opera nazionale combattenti di Catania avevano convenuto in precedenza di procedere a quella particolare assegnazione di quote a favore della cooperativa stessa da essa effettuata.
L’Opera nazionale combattenti di Catania replicava denunziando l’infondatezza dei pretesi accordi con la Pastorizia, che però non cedette neppure ai successivi interventi e non ritenne neanche di dover comunicare l’esito del sorteggio.
Per quanto concerne la regolarizzazione dell’assegnazione, il comitato di Mussomeli persisteva nel negare ogni collaborazione, adducendo « legittime ragioni di prestigio », ragioni avanzate sino al febbraio del 1954, epoca in cui la sede centrale dell’Opera nazionale combattenti esautorava il comitato da ogni attribuzione in materia di controllo sulle posizioni degli assegnatari precaristi, ed affidava tale incombenza all’ufficio di Catania cui raccomandava di portarla a compimento entro il 31 marzo 1954.
Nel frattempo, in connessione con la decisione del collegio arbitrale provinciale del novembre 1953 di fissare l’indennità di espropriazione dell’intero fondo in 645 milioni, si diffuse fra gli agricoltori di Mussomeli un grave malcontento nei confronti dell’Opera nazionale combattenti che, come si ricorderà, aveva fin dall’inizio previsto nella cifra di 130-200 milioni l’onere complessivo a carico degli agricoltori per la espropriazione del fondo. Costoro si ritennero pertanto traditi dall’Opera nazionale combattenti e non recedettero da tale atteggiamento neanche a seguito della decisione del collegio arbitrale centrale, che nel gennaio del 1955 riduceva l’indennità a 342 milioni. Essi anzi seguirono in gran numero Vincenzo Messina che a differenza degli altri notabili di Mussomeli (i quali, avevano anche interessi personali nel fondo Polizzello) invitò a non versare più alcuna somma all’Opera nazionale combattenti.
A seguito delle agitazioni che scoppiarono fra gli assegnatari tanto per il motivo che si è detto, quanto per il timore di dover ripetere tutte le operazioni per l’attribuzione delle quote, l’Opera nazionale combattenti decretò la sospensione della presentazione dei documenti richiesti, rinviandola sino alla decisione sul prezzo definitivo di esproprio da parte del collegio arbitrale centrale.
Tale sospensione era stata sollecitata anche dagli onorevoli Volpe e Pignatone. Il 20 marzo 1954, l’avvocato Todaro segnalava alla sede centrale che 258 assegnatari avevano risposto alla richiesta dei documenti. Come egli aveva in precedenza sostenuto, le manovre del comitato miravano pertanto chiaramente ad evitare il controllo nei riguardi dei rimanenti assegnatari precaristi che erano sforniti dei titoli necessari e che perciò era necessario mantenere l’autonomia dell’Opera nazionale combattenti nello svolgimento di quel controllo.
Ma la sede centrale, all’insaputa del proprio ufficio di Catania, aveva già restituito al comitato l’incarico di sovraintendere al controllo della posizione degli assegnatari, accogliendo analoga richiesta avanzata, il 12 marzo a Roma, da Vincenzo Messina, da Giuseppe Genco Rucco, da Giuseppe Sorce, dall’avvocato Vincenzo Noto, alla presenza degli onorevoli Volpe, Pignatone e Di Rocco, e con l’appoggio prestato dall’Onorevole Aldisio.
La stessa sede centrale aveva poi pensato di affiancare l’opera del comitato a quella del proprio ufficio di Catania, che, nel giugno 1954, finalmente, poteva inviare alla sede centrale l’elenco nominativo degli assegnatari precaristi, con l’indicazione numerica delle quote assegnate, fatta esclusione dei 51 soci della Pastorizia i cui nomi non figuravano.
Nell’aprile 1955 i dirigenti delle cooperative informavano l’ufficio dell’Opera nazionale combattenti di Catania che non avrebbero mutato la propria linea di condotta circa la presentazione dei documenti da parte degli assegnatari precaristi, se non dietro « assicurazione formale » dell’Opera che la situazione in atto non sarebbe stata cambiata, nel senso cioè, che ai possessori delle quote si dovevano assegnare definitivamente le quote stesse, « indipendentemente dalla dimostrazione del possesso dei noti requisiti richiesti dall’Opera ».
L’Opera nazionale combattenti accettava siffatta imposizione, tentando di mitigarla col porre la condizione che gli aventi diritto avrebbero dovuto raggiungere una percentuale non inferiore al 70 per cento.
Ma anche con simili « concessioni » da parte dell’Opera non si pervenne a nulla di concreto.
Frattanto l’Opera nazionale combattenti di Catania aveva potuto ricevere la richiesta documentazione da 294 quotisti, in gran parte « combattenti »; e l’avvocato Todaro annotava che tra i restanti quotisti si annidavano in gran copia gli elementi che non avrebbero potuto partecipare all’assegnazione definitiva e tra essi, in modo certo, i soci della Pastoria, di cui molti erano grossi e medi possidenti.
L’episodio delle assegnazioni è un tipico fatto di mafia. Le terre furono assegnate in base ad elementi predisposti dal comitato, sui quali l’Opera nazionale combattenti non compì e non poteva compiere alcun controllo, anche dopo che fu di dominio pubblico (anche in sede ministeriale e parlamentare) che decine di quote erano state attribuite a persone non aventi diritto.
Lo stesso Genco Russo avrebbe in seguito confessato di avere in proprietà ben tre quote della ripartizione dell’ex feudo Polizzello, la n. 10, la n. 218 e la n. 267, di cui solo quest’ultima intestata a suo nome, mentre per le altre due (e non è escluso che non siano le sole, semplicemente sono quelle circa le quali ha deposto positivamente) si era servito di prestanomi. Da notare che tra gli assegnatari gli esempi di irregolarità sono numerosissimi: basti pensare che tra di loro figurano il citato maresciallo Marzano, un appuntato dei carabinieri e un appuntato della guardia di finanza in congedo, un brigadiere dei carabinieri in congedo, una cognata di Genco Russo, un parroco, vari proprietari terrieri, e mogli di impiegati o professionisti.
L’Opera nazionale combattenti si trovava in tal modo in una situazione insostenibile non potendo adempiere in alcun modo al pagamento dei 342 milioni dell’indennità e non riuscendo neanche a procedere alle assegnazioni definitive delle quote per il rifiuto di alcuni di presentare la documentazione richiesta.
Per superare tali difficoltà fu esaminata la possibilità di far subentrare l’Ente di riforma agraria in Sicilia (ERAS) nei diritti e negli obblighi dell’Opera nazionale combattenti. Dopo lunghe trattative, l’accordo fra i Trabia, l’Opera nazionale combattenti e l’ERAS venne raggiunto con la stipula di un atto di transazione e di vendita del 9 agosto 1958 in cui si stabiliva, tra l’altro, che i Trabia avrebbero incamerato 40 milioni versati dall’Opera nazionale combattenti a titolo di sovrapprezzo e che la indennità dovuta sarebbe stata versata a cura dell’ERAS.
Le vicende successive non interessano direttamente in questa sede. Basterà pertanto ricordare quanto specifica in proposito la più volte citata relazione della guardia di finanza: il potere della mafia, espresso dal comitato, riuscì a rendere vano ogni tentativo fatto dagli organi pubblici di normalizzare l’irregolare situazione, tanto che l’elenco del gennaio 1954 pervenne, come tale, all’ERAS nel 1958. Per premunirsi anche contro l’ERAS i mafiosi avevano ottenuto che nella transazione del 9 agosto 1958 fosse inclusa la clausola della riconferma nel possesso e nell’acquisto delle quote degli assegnatari che le detenevano. E certamente sarebbero riusciti nel loro intento, se le discordie sorte in seno ad essi non avessero capovolto la situazione.
«Infatti, mentre Vincenzo Messina (presidente del comitato locale, e già gravemente coinvolto in un’accusa di furto e malversazione, irregolarità amministrative, minaccia e intimidazione, e incendio doloso, pronunciata contro otto amministratori della cooperativa anonima Combattenti — tra gli imputati, si ricorderà, anche il Genco Russo — in data 11 marzo 1929 dal giudice istruttore del tribunale di Caltanissetta dottor Salvatore Petrone) induceva i quotisti a non aderire alla richiesta dell’ERAS di regolarizzare i pagamenti, gli altri mafiosi erano dell’avviso che tali pagamenti dovessero venire effettuati, perché, in tal modo, essi avrebbero potuto diventare proprietari definitivi di quelle terre che si erano procurate con le irregolari assegnazioni. Ma i loro piani veniva nosconvolti ed annullati dalla successiva decisione dell’ERAS di procedere a nuove assegnazioni di quote, sulla base di criteri diversi da quelli sino ad allora più o meno seguiti».

A concludere il quadro, citiamo il Memoriale trasmesso il 18 Gennaio 1964 dalla Federazione del PCI di Caltanssetta sulla Mafia dei Feudi a supporto dell’azione parlamentare [documento completo]. Nel testo, si sottolinea come “la mafia operante in questa provincia ha assunto un ruolo di direzione a livello regionale, non senza collegamenti con la mafia americana”. Era, insomma, un’organizzazione più forte di quello che lo Stato credeva che aveva ramificazioni non solo a livello locale ma anche internazionale. In questa sede, però, ci concentreremo sul capitolo dedicato alla fase conclusiva degli avvenimenti di Polizzello anche se il testo approfondisce gli interessi perpetuati nei fondi di Crocifia e Miccichè.
Emanata la Legge Regionale n.8 del 4 Aprile 1960 che prevedeva l’assegnazione in proprietà ai coltivatori diretti dei terreni dell’ERAS,

l’Ente invia a Mussomeli un proprio funzionario nella persona, del Dott. Pietro Ammavuta con l’incarico di costituire un ufficio staccato allo scopo di

  • svolgere indagini al fine di accertare i nominativi di coloro che attualmente si dedicano alla coltiva- zione dei lotti di terra del feudo Polizzello;
  • Controllare la documentazione dei coltivatori;
  • Promuovere la costituzione della cooperativa tra gli attuali coltivatori del fondo in questione;

Intanto, con nota n. 43347 del 14 giugno 1960 tutti i quotisti vengono invitati a produrre i documenti di rito atti a comprovare il loro eventuale diritto all’assegnazione in proprio del lotto. Abbiamo già rilevato che la maggior parte dei quotisti non coltivatori non erano in possesso dei requisiti richiesti.

Questi ultimi, in particolare, presero di mira colui che rappresentava in quel momento lo Stato: il Dott. Ammavuta. In una relazione inviata alla Presidenza ERAS il 2 Agosto 1960, il funzionario dell’Ente dichiarava che lui

ed il suo collaboratore p.a. Raimondi hanno dovuto più volte respingere con fermezza e prudenza nello stesso tempo, data la particolare situazione locale, le provocazioni venute di volta in volta da taluni quotisti non coltivatori che nel corso dei sopraluoghi effettuati nelle diverse contrade di Polizzello hanno mostrato animosità ed intendimenti tutt’altro che tranquilli. Il Dr. Ammavuta aggiunge che “è stato pedinato per un certo periodo da parte di una losca figura, mandatario di un ben definito e conosciuto ambiente che peraltro, come è stato accertato nel corso delle indagini, ha grossi interessi a Polizzello”.
Da questa relazione si apprende altresì che una buona parte delle quote della cooperativa Combattenti, oltre che ad assegnatari non coltivatori, “sono state anche intestate a prestanomi”; e, per quanto riguarda più da vicino il Genco Russo si legge testualmente» “si ha l’impressione che la cooperativa sia soltanto una cosa fittizia. Tale supposizione sarebbe suffragata dal fatto che alcuni mezzadri hanno dichiarato che il prodotto spettante la cooperativa è stato consegnato direttamente presso  magazzini del Sig. Giuseppe Genco Russo fu Vincenzo, quotista e possessore”.
Al tecnico dell’ERAS è stato altresì possibile accertare che “sono in possesso del Genco Russo Giuseppe fu Vincenzo, numero sette lotti mentre pare che egli sia ancora in possesso di altri lotti sotto prestanomi”». A documentare la collusione tra la mafia e il gruppo dirigente politico locale della D.C. di cui Genco Russo era ed è autorevole esponente basta l’ordine del giorno votato all’unanimità dalla direzione sezionale della D.C. di Mussomeli. Con detto ordine del giorno si prendono le difese dei presunti diritti acquisiti dagli assegnatari non coltivatori in seguito alla ripartizione operata dalla cooperativa Combattenti sotto la presidenza di Genco Russo, si protesta contro l’operato dell’ERAS ritenuto illegittimo, si chiede la concessione definitiva delle quote agli attuali detentori, rispettando in pieno l’elenco compilato dall’Opera Nazionale Conbattenti, si impegnano le autorità competenti, gli organi e i parlamentari del partito della D.C. a dare il loro incondizionato appoggio alla causa degli assegnatari non coltivatori.
Malgrado questa massiccia azione di disturbo in cui erano impegnati, come abbiamo visto, l’organizzazione mafiosa e la direzione politica locale democristiana, nonché alcuni parlamentari della provincia appartenente allo stesso partito, l’ERAS – pur tra molte incertezze e non poche difficoltà – procedette all’assegnazione di n° 104 quote ad altrettanti contadini aventi diritto. Questi, però pur essendo divenuti legittimi proprietari (pagavano infatti imposte, tasse, quote di scomputo della terra ottenuta in proprietà, etc.) erano costretti a corrispondere l’estaglio e a dividere addirittura i prodotti a metà con i vecchi concessionari mafiosi che nessun diritto potevano ormai vantare sulle terre che non avevano mai coltivato. Alcuni contadini tra i più coraggiosi, per liberarsi dal giogo di questa prepotente impostura, presentarono denuncia al maresciallo dei carabinieri e al pretore di Mussomeli» Ma non ottennero giustizia e dovettero continuare a pagare.
Solo dopo l’inizio dell’attività della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla mafia i 104 assegnatari predetti ritrovarono il coraggio di rifiutarsi a corrispondere quanto era illegittimamente preteso dai mafiosi. Questi, però, non si sono lasciati impressionare dalla Costituzione della Commissione parlamentare né si sono rassegnatia rispettare la legge» Anzi, alcuni di essi hanno cercato nella legge una alleata per perpetrare una ulteriore sopraffazione a danno dei nuovi legittimi proprietari» Infatti, hanno chiesto e, purtroppo, ottenuto dal pretore di Mussomeli il sequestro conservativo dei prodotti agricoli, avanzando ancora pretese assolutamente infondate ed assurde in quanto, come abbiamo visto, essi erano stati estromessi, perché non coltivatori, dalla detenzione degli appezzamenti in questione.
Solo qualche mese fa, dopo una serie di imponenti manifestazioni unitarie, l’ERAS ha finalmente proceduto alla definitiva ripartizione delle quote ai coltivatori aventi diritto.
Questo lungo capitolo della storia delle lotte contadine contro le prepotenze mafioso nelle campagne siciliane sembra, così essersi concluso con la vittoria dei coltivatori della terra. Ma questa vittoria certamente non produrrà effetti durevoli né imprimerà alcuna spinta efficace allo sviluppo economico e sociale di quella zona se in essa resterà tuttavia annidata e impunita l’organizzazione mafiosa, avida di vendetta e, ancora, di fatto, padrona di molte leve del potere economico, finanziario e politico (banche, casse rurali, consorzi, enti locali, amministrazioni pubbliche, etc.
È proprio di questi giorni la notizia secondo la quale numerosi assegnatari non hanno potuto ancora immettersi nel possesso della terra per l’opposizione violenta esercitata da ex quotisti mafiosi o sobillati e sostenuti dalla mafia locale. Ancor più grave, a nostro parere, è il fatto che le autorità di polizia ed i rappresentanti dell’ERAS hanno ceduto alle minacce rinunciando a fare osservare la legge.

Infine, sono da segnalare ulteriori testi che approfondiscono e allargano la prospettiva storica sull’ex Feudo Polizzello. Questi sono i documenti raggruppati nel secondo tomo del IV Volume (Doc. XXIII, n. 4/I Senato della Repubblica – VII Legislatura):

  • 144. – Documentazione varia riguardante la personalità e l’attività di Giuseppe Genco Russo e, in particolare, la compravendita del feudo “Graziano”.
  • 174. – Documentazione e note informative, trasmesse il 5 febbraio 1964 e il 22 aprile 1964 dal Prefetto di Palermo, in merito ai consorzi di irrigazione della provincia.
  • 178. – Documentazione relativa a nuovi elementi emersi sul feudo “Polizzello”, trasmessa il 14 febbraio 1964 da Michele Pantaleone, vice commissario straordinario dell’ERAS.
  • 183. – Relazioni, trasmesse il 19 febbraio 1964 dal Presidente della Regione siciliana, della Commissione regionale di inchiesta sull’ERAS.
  • 184. – Relazione, trasmessa il 19 febbraio 1964 dal Presidente della Regione siciliana, sulla vendita dell’ex feudo ” Polizzello “.

Mentre sono raggruppati nel terzo tomo del IV Volume (Doc. XXIII, n. 4/II – Senato della Repubblica – VII Legislatura) i seguenti documenti:

  • 190. – Relazioni e documenti, trasmessi il 23 febbraio 1964 dall’Ispettorato agrario regionale, riguardanti l’applicazione della riforma agraria all’ex feudo Polizzello “.
  • 201. – Documentazione relativa alla personalità e all’attività economica e politica di Giuseppe Genco Russo.
  • 208. – Documentazione, trasmessa dall’Ente riforma agraria in Sicilia, relativa ai piani di conferimento delle ditte Galvano Lanza e Raimondo Lanza per la parte dell’ex feudo ” Polizzello ” di loro proprietà.
  • 218. – Documentazione amministrativa, trasmessa il 24 aprile 1964 dal Presidente della Regione siciliana, relativa all’assunzione ed al servizio prestato da Calogero Castiglione alle dipendenze dell’Assessorato regionale per l’agricoltura e foreste.
  • 232. – Documentazione, trasmessa il 6 maggio 1964 dal Presidente della Regione siciliana, riguardante l’applicazione della riforma agraria.