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Borgo Lupo

Borgo Pietro Lupo è l’ultimo degli otto borghi costruito nel 1940, su progetto del catanese Filippo Marino – che curò anche la costruzione dell’acquedotto di Borgo Rizza – redatto il 21 Ottobre 1939 e affidato all’Impresa Ing. Matteo Santagati. Il progetto per un Borgo in località Mongialino era stato già avanzato nel 1937, quando l’Istituto Vittorio Emanuele III bandì un concorso pubblico per attribuire i nomi ad alcuni centri rurali. Oltre al Borgo catanese, viene citato anche quello in località Sparacia che poi sarà Borgo Callea, quello in località Desueri ovvero Borgo Guttadauro ed il centro che sarebbe dovuto sorgere in c.da Ciolino nel comprensorio di bonifica Cuti – Ciolino Monaco – San Nicola.
Intitolato al un martire della guerra in Africa, nato a Catania, era stato già insignito di una medaglia d’argento. Come si evince dalle direttive dell’ECLS, ogni borgo doveva avere delle peculiarità che rispecchiavano il luogo e la volontà dell’architetto. Situato in contrada “Mongialino“, Borgo Lupo avrebbe servito i P.R. 975, 472, 99, 148 e avrebbe intersecato il proprio raggio di influenza con un Borgo di tipo C, pianificato al 31 Dicembre 1956 dal Consorzio di Bonifica di Caltagirone ma non realizzato. Maria Accascina descrive la zona di Borgo Lupo come una

valle ancora brulla, senza verde ne ombra, strana a ritrovarsi dopo la superba campagna di Palagonia, fiorente di aranceti fiammanti. Il vasto piano che lo cironda avrebbe consentito maggiore distensione alla pianta, massime alla piazza resa angusta dall’accentrarsi della Chiesa […]. È rara l’unita stilistica nel complesso del borgo e nei singoli edifici: fra cui uno dei migliori è la scuola, ad un piano, costruita a tre ali, la centrale per le aule, le laterali per gli appartamenti delle maestre, e dotata di sale per doccia, con riscaldamento, campo sperimentale, conigliere, lavatoio, campo di gioco e palestra. Gli edifici, separati l’uno dall’altro da anguste strade, hanno […] colorazione di semplice intonaco. La Chiesa ha pianta rettangolare con angusta abside, […] finestre ornate da vetri a colori, paraste sulle pareti ad intonaco di color giallo, zoccolatura di marmo di Biglieni, pavimentazione di marmo

Per favorire l’appoderamento, contribuire “alla soluzione del problema stradale dell’Isola” e incentivare la colonizzazione di quelle aree definite “tipicamente latifondistiche”, fu approvato da parte del Provveditorato alle Opere Pubbliche uno schema di progetto che prevedeva la costruzione di alcuni tronchi stradali, alcuni dei quali nella zona del Borgo. In particolare, furono esguiti i lavori per la Strada di Bonifica N.6 (3° Tronco) per una lunghezza di 8km e per una spesa di 4.000.000Lire e per la “Strada N.1 dal Mongialino-Masseria Margherito Sottano fino alla Masseria Albospino di 12km (primo stralcio fino a Margherito Sottano)” per una lunghezza di 4km ed una spesa di 2.000.000Lire.
L’accesso al Borgo è caratterizzato da un abbeveratoio che si trova ancora oggi all’incrocio con la strada poderale (oggi SP 179). La via d’ingresso procede, dunque, verso la prima delle due piazze in cui si affaccia la chiesa, la scuola e le altre strutture oggi adibite ad abitazioni o a depositi d’attrezzi. Il Marino, nel momento della progettazione, si rifece, probabilmente, ai modelli dell’Istituto V.E.III: ciò è possibile dedurlo dalla superficie particolarmente estesa del Borgo. Come detto, furono realizzate due piazze, e potenzialmente anche una terza (la stessa disposizione urbanistica caratterizzerà anche Borgo Caracciolo, ormai del tutto scomparso) come a voler attribuire ad esse una propria funzionalità: burocratica, artigianale, commerciale. Data l’estensione e la varietà delle strutture, Borgo Lupo appartiene ai borghi di tipo A ed è l’unico ad esser stato ultimato in tutte le sue strutture di servizio.
Secondo il piano generale di bonifica stilato nel 1934, nel comprensorio erano stati progettati ben cinque centri rurali da far sorgere nelle località Salto, Ogliastro, Settefeudi, Mongialino e Pietrerosse. Quello di Settefeudi ricadeva esattamente “sul limite del fondo della Baronessa Grazietta Libertini” in cui non era “il caso di parlare di colonizzazione”. Quello in contrada Ogliastro ricadeva in una zona in gran parte frazionata dove era impossibile costituire un’area di influenza con un numero ridotto di case che giustificassero la creazione di un Borgo. A Mongialino si attendeva la decisione della Croce Rossa ad eseguire la colonizzazione. Infine, di quello di Pietrerosse “non era neanche il caso di parlarne” poichè al centro di una zona sprovvista di strade. Così, la scelta ricadde inizialmente nella contrada Salto dove non solo sin dal 1935 il Barone Di Geronimo aveva avviato l’appoderamento ma che era anche ritenuta la migliore dal Provv. alle Opere Pubbliche, secondo il voto n.3125 del 21 Novembre 1939. Tuttavia non furono tanto i “motivi di ordine tecnico che ànno determinato la sospensione dei lavori (presso la c.da Salto, n.d.r.) quanto delle considerazioni di carattere politico, dato che il centro viene a ricadere nel cuore dell’azienda del Barone Di Geronimo, parente o futuro cognato dell’ex Segretario Federale di Catania, Dott. Pietrangelo Mammano“. La nuova area di fondazione venne concordata grazie alla deliberazione provveditoriale n.3661 e a quella n.38 del 18 Luglio 1940, in cui il Direttore dell’Ente Mazzocchi Alemanni concesse di acquistare i 1106 ettari dell’Ex Feudo Mongialino dalla Croce Rossa Italiana, proprietaria delle terre, al prezzo di 4.500.000Lire, ritenendo il prezzo “equo e conveniente data la vastità dell’immobile e la possibilità di notevoli miglioramenti colturali su di esso”. Per completare l’opera di appoderamento fu previsto un Borgo piccolo in c.da Pagliarelli, dove erano state costruite al primo Febbario 1940 trentacinque case coloniche, ed un sottoborgo in c.da Oliva. Inizialmente affidate al Consorzio di Bonifica di Caltagirone le opere a totale carico dello Stato, secondo quanto indicato dalla domanda del 17 Febbraio 1941, il 31 Maggio di quell’anno furono consegnate all’ECLS in sostituzione del Consorzio stesso, a cui sarebbero spettati i rimborsi per le spese già effettuate.
Il 21 Giugno 1941 con la domanda di sussidio, ad accedere ai finanziamenti del 38% del contributo statale, furono i fabbricati accessori per un importo preventivato di 1.174.405,35Lire. Il decreto, attuato il 14 Ottobre 1942, sosteneva con 441.965.000Lire le spese che ammontarono a 1.163.065,78Lire rispetto a quelle iniziali preventivate. Marino e Santagati firmarono l’11 Agosto 1941 il verbale di ultimazione dei lavori di competenza statale – opere completate il 30 Maggio 1940 – e poco dopo, il 12 Settembre 1941 fu presentata la domanda di concessione per le opere complementari di competenza statale, approvata con l’adunanza del 7 Agosto 1942 dal Provveditorato OOPP.
Nel primo numero del 1942 del Lunario del Contadino Siciliano, rivista trimestrale a cura dell’ECLS, i borghigiani lamentarono l’assenza di energia elettrica al Borgo e la mancanza di nafta che bloccò il mulino per alcuni giorni. Ma a chi scriveva non sembrò un problema così grande tanto da rispondere che “non casca il mondo per questo: tu sai delle difficoltà attuali, ma stai tranquillo e rassicura tutti gli altri che l’Ente ha interessato le autorità della Provincia, le quali certamente provvederanno”. Lo scrivere in modo confidenziale e amichevole era un ottimo modo perchè il contadino trovasse fiducia nell’istituzione nonostante l’isolamento in cui viveva.
Ugo Pellegrini, consigliere delegato della Società Servizi Telefonici con sede a Napoli, inviò il 5 Settembre 1942 un preventivo per il collegamento telefonico tra il Borgo e la città di Mineo, comprese l’arredamento “delle due assuntorie” e dei “due centralini manuali da installarsi”. La spesa sarebbe ammontata a 223.835Lire da aggiornarsi “all’atto del perfezionamento dell’ordinanza qualora in base ai prezzi di mercato, la mano d’opera ed i materiali dovessero nel frattempo subire aumenti nei prezzi”. La società di telecomunicazioni, inoltre, richiedeva che “i locali […], ove sistemare il servizio telefonico, dovranno esserci forniti, come per legge, gratuitamente, e malgrado che tale sistemazione dovrà aver luogo presso i rispettivi Uffici postali, tuttavia codesto Ente dovrà impegnarsi a fornirci – sempre gratuitamente – locali indipendenti, qualora si fosse costretti in avvenire […] a togliere ai suddetti Uffici postali lìappalto del nostro servzio, oppure che i ricevitori postali diano distetta dell’appalto stesso”. Accettate dall’ECLS queste condizioni e ricevuta dal Fabriguerra l’approvazione dei materiali occorrenti, la società napoletana avrebbe iniziato i lavori. In archivio, però, non rimane traccia della questione ma possiamo supporre che le richieste avanzate non vennero accettate e gli accordi non ebbero seguito.
Il ministro Nannini il 10 Ottobre 1942 concedeva all’Ente il sussidio statale di 446.274,03Lire corrispondente al 38% della spesa totale di 1.174.405,35Lire per la costruzione di alcuni fabbricati rurali ed accessori secondo il progetto del 14 Aprile 1941. Lo Stato, qundi, avrebbe coperto l’importo secondo quanto stabilito dall’Art.44 del T.U. 215/1933 secondo cui la

spesa, ma può essere portato fino al 38% quando si tratti di miglioramenti fondiari di pascoli montani o quando le opere sussidiabili ricadono nell’Italia meridionale, nelle isole, nella Venezia Giulia, nella Maremma Toscana o nel Lazio.

Dal 10 Ottobre 1942 – continua ancora la nota – veniva assegnato il termine di un anno per l’esecuzione dei lavori e, qualora fosse servita una proroga, bisognava trovare ragioni fondate per giustificare il ritardo. In caso contrario, il Ministero avrebbe potuto revocare il provvedimento di concessione del sussidio.
Il 18 Luglio 1945, nonostante il Regime fosse caduto, l’Ente di Colonizzazione richiedeva una revisione dei prezzi per la costruzione delle opere principali e suppletive degli edifici di competenza statale, concesse con D.M. del 7 Ottobre 1941 e del 25 Novembre 1941. Revisione che sottolinea come l’Ente non disponesse più delle generose somme a fino a qualche anno prima destinategli. Le priorità del nuovo governo erano altre: su tutte la ripresa economica e la rinascita dopo una guerra sfiancante.
Durante l’adunata del 14 Febbraio 1946, il Provveditorato OOPP approvò la domanda di concessione per i lavori di completamento dell’ufficio dell’Ente e degli alloggi per impiegati, in conformità a quanto previsto nella perizia del 25 Ottobre 1945 redatta dall’Ing. Marino. Da questo parere favorevole, il 2 Agosto 1946 l’Ente, ora diretto dall’Ing. Mario Ovazza, invitò ad una licitazione privata numerose Imprese per l’aggiudicazione dei lavori. L’unica risposta arrivò ancora una volta dall’Impresa Santagati, la stessa a cui furono inizialmente affidati i lavori di costruzione di Borgo Lupo. Così, secondo l’Art. 7 del contratto d’appalto, l’impresa avrebbe avuto a disposizione dodici mesi, oltre i quali avrebbe pagato una sansione giornaliera di 500Lire, oltre il rimborso delle maggiori spese di assistenza, direzione, sorveglianza a cui andava incontro l’Amministrazione appaltante.
L’essere isolati e spesso lontani dai centri abitati, rendeva i centri rurali facilmente attaccabili da malavitosi o semplici delinquenti, ancor più se le stazioni dei Carabinieri erano state dismesse o se il numero di militari non era sufficiente a garantire la sicurezza al Borgo. Così, accadde che nel Marzo 1946 l’Azienda Mongialino fu vittima di una rapina. Di seguito, abbiamo deciso di riportare quasi integralmente la nota n.40/s/2 del 15 Marzo inviata dal Direttore dell’ECLS Mario Ovazza al Ministero dell’Agricoltura e Foreste e all’Alto Commissario per la Sicilia.

Il giorno 2 c.m. alle 7 del mattino si presentavano all’ufficiale postale nella sua casa del Borgo, due individui armati di mitra, invitandolo a recarsi nell’ufficio postale, pare con l’intento di rendere inservibile l’apparecchio telegrafico. La moglie del predetto, supponendo che essi volessero asportare i valori postali, affacciatasi ad una finestra laterale della casa, avvertiva alcuni abitanti del Borgo della presenza di due banditi nell’ufficio. La guardia del Borgo, assieme ad un tale Zappalà, rappresentante di quella Camera del Lavoro, ed altri civili, tutti armatisi, affrontavano i due banditi riuscendo a disarmare uno del fucile mitragliatore e a rinchiuderlo in camera di sicurezza della locale Caserma dei Carabinieri, come già detto, disabitata. Il secondo bandito ingaggiava battaglia e si iniziava una serrata sparatoria. A questo punto il già nominato Zappalà non sapendo adoperare il mitra prelevato al primo bandito, correva dal Direttore dell’Azienda – Per.Agr. Vecchiettini Renzo – che trovavasi nel proprio ufficio e che sapeva pratico di tale arma perchè di recente tornato dal servizio militare, invitandolo prestare loro man forte. Il Vecchiettini, infatti, unitosi agli altri, si dava all’inseguimento del secondo bandito che, nel frattempo, era riuscito a lasciare l’ufficio postale. Ma giunti nei pressi di una casa colonica, gli inseguitori furono affrontati da numerosi altri banditi che si erano trattenuti in una masseria soprastante e che scendevano in difesa del compagno. Dopo un breve scambio di fucileria, vista ormai la inutilità di proseguire una qualunque resistenza, il Vecchiettini, tornato al Borgo, si ritirava nella propria abitazione, mentre gli altri borghigiani, che avevano inseguito il bandito, fuggivano nelle circostanti campagne. I banditi, scesi al Borgo e appreso che nel frattempo l’ufficiale postale aveva telegrafato ai Carabinieri dei paesi vicini, dopo avere liberato il compagno rinchiuso in camera di sicurezza, si ritiravano. Poco dopo giungeva, infatti, sul posto un camion di carabinieri da Vizzini al comando di un tenente. Informato minutamente della cosa e pregato di trattenersi per impedire che i banditi tornassero per porre in effetto i loro proponimenti, il tenente dei carabinieri riteneva non necessaria tale misura precauzionale adducendo che doveva trattarsi di elementi separatisti che avevano voluto fare una dimostrazione. I banditi o separatisti che fossero, vestivano infatti tutti una divisa militare e portavano al petto una coccarda giallo-rosa. Così, poche ore dopo, i carabinieri lasciavano il Borgo che rimaneva completamento indifeso. Alle 23 circa i separatisti si presentavano nuovamente alla masseria vicina al Borgo – dell’affittuario Beninati – ed un gruppo di sette od otto di essi si recavano nella casa del Direttore Vecchiettini che vi abita con la moglie ed un bimbo di tre anni. Richiesto dei motivi della resistenza fatta la mattina, il Vecchiettini spiegava con la massima sincerità come egli avesse ritenuto suo dovere intervenire in difesa del Borgo e dell’Azienda a lui affidata. Tale sincerità ed il fatto di non essere siciliano – la qual cosa giustificava presso i speratisti un modo di procedere verso essi così inusitato – ha fatto si che egli fosse risparmiato, ciò che – così affermavano i separatisti – non avrebbero potuto sperare gli altri elementi siciliani che si erano peraltro dati alla fuga e non più tornati al Borgo.
Se il Vecchiettini non subiva danni nella persona, veniva però rapinato di tutti gli averi: gli fu infatti asportato tutto il vestiario , tutto il corredo della moglie nonchè il vestiario del bimbo; la biancheria (lenzuola, asciugamani, tovaglie, ecc.); tutto il denaro liquido, nonchè moltissimi oggetti d’uso (orologi, oggetti da toilette, ecc.).
Dopo aver prelevati tali averi, i separatisti invitavano il Vecchiettini ad accompagnarli dapprima nella stalla aziendale, facendosi consegnare due cavalli con le relative selle e finimenti e di poi nella masseria del Beninati ove trovavasi il loro capo.
In questo frattempo due del gruppo si erano trattenuti nella casa del Vecchiettini tentando di far violenza alla di lui moglie, desistendovi solo per il risoluto contegno di questa e perchè infine uno di essi, fortunatamente ravevdutosi, riusciva a convincere il compagno a non insistere oltre nell’insano tentativo.
Il Vecchiettini fu trattenuto nella masseria del Beninati per oltre un’ora e emzza e solo allorchè tutto il gruppo decise di allontanarsi […], il capo di esso deliberò che egli fosse lasciato libero.
[Il Vecchiettini] ora trovasi in tristissime condizioni  poichè è rimasto, come già detto, privo di denaro e completamente di vestiario e biancheria […].
Si fa infine presente che è opinione generale di chi ha parlato con i rapinatori e della polizia che ha eseguito le indagini, che si tratti per la più gran parte di veri e propri delinquenti ricercati per delitti e rapine e che solo alcuni elementi, tra i più giovani, siano separatisti compromessi e costretti quindi a vivere alla macchia.
Attualemente il Borgo è presidiato solo da sei carabinieri che si reputano insufficienti a dare un minimo di sicurezza alla zona. Onde dare anche maggiore tranquillità agli abitanti del Borgo e delle abitazioni circostanti, sarebbe opportuno che tale presidio venisse notevolmente rinforzato

Con D.P.R. 9 aprile 1953, n. 400 si riconosce, anche agli effetti civili, l’erezione della parrocchia del SS.mo Cuore di Gesu’. Al 4 Settembre 1954, la presenza dei servizi a Borgo Lupo era completa e gli edifici erano in gran parte efficienti. Era garantita l’assistenza civile grazie all’applicato di segreteria e al messo, quella religiosa con la presenza del Sacerdote e di un sagrestano. La presenza di un medico e di un infermiere assicurava il primo soccorso e la scuola rurale l’educazione agli scolari. L’assistenza sociale era offerta dal barbiere, dal fabbro carradore e dal calzolaio, quella logistica dallo spaccio e dalla trattoria, la sicurezza dai Carabinieri e le comunicazioni dal servizio postale. Era, inoltre, attivo un piccolo Cinema – evento raro se non unico – per invogliare i lavoratori a rimanere nel piccolo centro. Nonostante ciò, la vita reale a Borgo Lupo era molto dura come raccontano ancora oggi gli utlimi abitanti della frazione.
Per attuare i propositi della Riforma Agraria, l’ERAS aveva preventivato sin dai primi anni ’50 del ‘900 una serie di finanziamenti necessari per la manutenzione dei vari borghi rurali. Per il programma di opere publiche 1951-1952, si stanziarono 50.000.000Lire ma di questi solo 28.000.000Lire furono impegnati al 9 Ottobre 1954: 11.500.000Lire per una perizia di completamento di cui al Decreto Ass. 2/3821 del 1 Giugno 1954 (a quella data i lavori erano ancora in corso) e 16.500.000Lire per una perizia di manutenzione ordinaria di cui al Decreto Ass. 2/7492 del 20 Settembre 1954 (lavori da appaltare). Nella nota, infine, si riportava che “la residua somma di 22.000.000.Lire sarà impegnata successivamente ed a seconda delle varie esigenze con successiva perizia di completamento e manutenzione”.
La situazione sopra descritta fu aggiornata il 30 Dicembre 1954 in una nota del Direttore dei Servizi l’Ing. Filippo Pasquini, indirizzata al Capo del Servizio Edilizia dell’ERAS. I lavori, ancora in corso di ultimazione, riguardavano la Caserma dei Carabinieri, la Canonica, la Casa Sanitaria e la Chiesa e furono asseganti all’Impresa Monteverde Giuseppe di Caltagirone per un ribasso d’asta del 4,95%. La manutenzione, adesso indicata come straordinaria, venne affidata all’Impresa catanese di Motta Giovanni per un ribasso d’asta del 5,19%. A seguire le direzioni dei lavori venne incaricato il Geometra Salvatore Spataro, che si occupò anche di quelle di Borgo Gattuso. Nella nota, Pasquini si raccomandava di stilare delle relazioni “il più possibile cirostanziate […] in modo da non creare dubbi di sorta” sulle spese da preventivare e sui lavori da organizzare. Il tutto era consigliato per rispettare il “termine ultimato fissato dall’Assessorato nel Febbraio 1955” e non protrarre per “lungo tempo la fase istruttoria”. Il Direttore dei Servizi  sottolineava, ancora, che “il non tener conto delle suddette osservazioni” avrebbe denotato una “scarsa diligenza da parte degli Uffici e atto irriguardoso nei confronti dell’Ispettore”.
Il 15 Marzo 1956, l’Ing. Abbadessa approntava una lista di priorità perchè l’edificio religioso tornasse attivo: era necessario “riparare e verniciare le opere in legno, provvedere alla sostituzione della campana (perchè svenata) ed alla fornitura della Via Crucis”.
Il direttore dell’ERAS, l’Avv. Arcangelo Cammarata nella nota n.22084 scritta il 4 Aprile 1956 e diretta all’Ass. Agricoltura e Foreste faceva un resconto preciso e dettagliato sulla situazione dei borghi rurali siciliani, pronendo una riattivazione dei servizi a favore della popolazione agricola e utile nel quadro delle opere connesse con la Riforma Agraria. L’azione, legata ad un’impostazione più anacronistica che funzionale al momento, sarebbe risultata eccessivamente onerosa per le finanze della Regione Siciliana. L’importo complessivo, infatti, ammontava a 370.000.000Lire e avrebbe riguardato sia gli edifici, le strade e le piazze interne, che le relative strade di accesso e gli acquedotti. Nella lettera si chideva un ulteriore finanziamento di 180.000.000Lire per la realizzazione degli Asili d’infanzia di cui i primi borghi non erano previsti, secondo il D.M. 11255 del 3 Gennaio 1941. I lavori necessari per la definitiva riattivazione di Borgo Lupo e le relative previsioni di spesa avrebbero riguardato la strada di accesso (importo 500.000Lire), la condotta di derivazione dell’acquedotto del Consorzio di Caltagirone (importo 1.000.000Lire), la demolizione e il rifacimento di coperture, di soffitti e di pavimenti in alcuni edifici, la sostituzione di battenti e finestre, lo scrostamento e il rifacimento di una parte di intonaci esterni, la riparazione o la sostituzione di parte di infissi esterni ed interni, la fornitura delle persiane e dei vetri, la sostituzione dei sanitari, la tinteggiatura di pareti e soffitti, la revisione degli impianti idrici interni (importo 20.000.000Lire), le sistemazioni esterne di piazze e stradelle (importo 5.000.000Lire), la revisione della rete idrica e della fognatura (importo 2.000.000Lire), gli arredamenti per la Scuola, per la Delegazione Municipale, per l’Ambulatorio e la riparazione degli arredamenti esistenti (importo 2.000.000Lire). La scelta degli enti pubblici non sembrò esser indirizzata a consolidare o valorizzare l’esistente, così come auspicava lo stesso Cammarata, ma a costruire nuovi borghi che, in una Sicilia colpita da una emigrazione massiccia, furono l’ennesimo spreco di energie e denaro pubblico.
10 Marzo 1959 furono consegnati all’Impresa Costanzo Pasquale i lavori di manutenzione straordinaria per un importo di 87.885.000Lire – 85.005.000Lire a base d’asta con un ribasso dell’8,28% –  secondo il D.A. 12558/R.A. del 25 Agosto 1958, ultimati il 9 Novembre dell’anno successivo. La direzione lavori venne affidata ancora al Geometra  Spadaro e la rendicontazione al Sig. Carlo Chiappisi.
Ad oggi, nonostante la Legge 890/1942, Borgo Lupo rimane di proprietà dell’ESA che per un periodo aveva qui trasferito alcuni uffici distaccati.
I lavori iniziati il 20 Marzo 1940 vennero terminati il 26 Marzo 1950; dieci anni in cui la Sicilia modificò non solo il proprio aspetto politico e sociale ma anche quello economico e in una fase storica in cui il valore di Borgo Lupo e degli altri borghi siciliani era venuto meno.
Oltre agli aspetti storici ed architettonici, Borgo Lupo ha una sua storia di abbandoni, assegnazioni ed occupazioni non ancora risolta. Cosi, dal 1968 circa ad oggi, i contenziosi tra il comune di Mineo, la Provincia di Catania, l’ESA e gli occupanti non hanno trovato una conclusione. Esempio della poca attenzione da parte delle istituzioni al centro rurale si può delineare nella vicenda che coinvolse il Sig. Vincenzo Antoci. Questi, in data 28 Dicembre 1989, denunciava un’occupazione abusiva da parte di un allevatore locale, il Sig. Mario Severino, di alcuni locali a lui assegnati, la costruzione di un garage e la modifica di una parte della sua proprietà. Poco più di sei mesi più tardi,  nella relazione del 6 Luglio 1990 stilata dal Geom. Mario Licciardo e dal P.A. Giuseppe Spoto per conto della Sede Provinciale ESA di Catania, si riportava un quadro più chiaro della vicenda. Dagli accertamenti effettuati, furono individuati “tre tipi di insediamento” – stabile, saltuario, raro – che caratterizzavano l’utilizzo e la manutenzione del Borgo stesso. Al primo caso apparteneva la famiglia dei Severino che, se da un lato aveva occupato pacificamente alcuni locali modificandone la struttura originaria, dall’altro si era dichiarata disponibile a “spostare gli ovili ed abbattere i muretti costruiti senza il consenso dell’Antoci”. Quest’ultimo, invece, a dispetto delle sue affermazioni di essere beneficiario di lotti di terra e di strutture non risultava proprietario di alcun bene. La vicenda si concluse con l’impegno da parte dei Severino di rilasciare le aree occupate dagli ovili e di abbattere i tramezzi costruiti nell’atrio del Municipio e da parte dell’Antoci di preservare l’atrio stesso dalle infestazione di pulci e zecche.
Nel chiudere il loro rapporto sullo stato di Borgo Lupo, i due relatori sottolineavano come l’ESA “in mezzo a tanto abusivismo e tanta confusione non può perseguire i singoli ma deve risolvere subito, in collaborazione con l’Ass. Regionale per l’Agricoltura e Foreste e col Comune di Mineo i molti problemi di carattere generale bisognevoli di nuove normative in sanatoria e di regolarità urbanistica e catastale”.
È del Giugno 2017 lo studio condotto da Antonella Versaci dell’Università Kore di Enna e da Alessio Cardaci dell’Università di Bergamo sulla valorizzazione di Borgo Lupo. Nella presentazione del progetto, i due studiosi intendono

proporre un progetto pilota per la rivitalizzazione e l’adeguamento funzionale e strutturale, basato su un rigido protocollo di documentazione e analisi, realizzato anche grazie all’utilizzo di nuovi strumenti di indagine. Attraverso tale caso, il lavoro si propone di mettere in evidenza il ruolo del rilievo – primo essenziale episodio della tutela – in vista della prevenzione o riduzione del rischio sismico in zone esposte al ripetersi di eventi calamitosi. Esso vuole mostrare come appaia imprescindibile che il momento conoscitivo sia condtto da operatori che, oltre alla corretta esecuzione dell’attività mensoria, abbiano il bagaglio tecnico/culturale necessario per leggere l’architettura

Ad un livello di memoria acustica, Borgo Lupo è una particolarità. Capita spesso, a chi vada a visitare il borgo, di incontrare gente che in maniera entusiasta racconta la loro esperienza comunitaria o il luogo, arricchendo il racconto di gestualità e, per i più attenti, di musicalità, attraverso le particolarità linguistiche ronzanti del dialetto catanese.
Gli uccelli sono veramente presenti e isolano dal fuori borgo. Ogni tanto passa qualche mezzo agricolo, trattori o trebbiatrici. E’ molto difficile ascoltare il passaggio delle macchine e questa differenza di mezzi di guida è notevole e interessante ed è naturalmente dovuta dalla distanza considerevole dai centro abitati.
Le case non sono completamente abbandonate e questo si può vedere anche dagli animali in gabbia e dai cani che li sorvegliano. Un’interessante particolarità è il rapporto che esiste tra il vento e gli oggetti dentro le case. Infatti per quanto abitate, le strutture delle costruzioni stanno cedendo col tempo e consentono al vento di entrare dentro e suonare alla lettere i mezzi di lavoro e le strutture stesse (un fenomeno simile che abbiamo incontrato a Borgo Guttadauro).
Per gli esperimenti legati al campo dell’orchestra ecologica, va seriamente considerata la presenza di abitanti.