Borgo Ingrao – Tudia

Il 5 Maggio 1941, quando Borgo Ingrao era ancora in fase di studio, il Direttore dell’ECLS Nallo Mazzocchi Alemanni scrisse una lettera al Segretario Federale di Palermo Dott. Guido Ramaccioni affinchè indicasse “i nomi di due gloriosi Caduti per la Patria, o per la Causa Nazionale, decorati possibilmente di medaglie d’oro al Valore, nati in questa Provincia” (si cercava anche un nome per Borgo Bonanno da costruire al Santuario di Tagliavia, n.d.r.). La celere risposta venne consegnata il 10 Maggio, dove Ramaccioni e il Prefetto di Palermo Dott. Cavalieri suggerirono il nome di Giovanni Ingrao – anche se in verità in un’altra missiva, Ramaccioni avanzò il nome di Giusto Ferrara, utilizzato in seguito per un altro Borgo nei pressi di Roccamena di cui rimane solo il progetto di Giuseppe Spatrisano – che “immolava nella generosa e bene riuscita impresa la sua vita alla Patria – lasciando di se esempio fulgido e fecondo di sublimi virtù militari”, cosi recitava la descrizione. La volontà dell’Ente era quella di “realizzare nell’attuale clima eroico della Nazione un’opera su cui fiammeggi lo spirito di Giovanni Ingrao, primissimo fra i caduti dell’attuale campagna, orgoglio della nostra Marina e della nobilissima Palermo”.
Borgo Ingrao, indicato come “Borgo K” nella riorganizzazione del Fondo Accascina effettuato dalla Biblioteca Regionale Siciliana, sarebbe sorto in Contrada Tudia – dopo apposito sopralluogo dell’ECLS – in territorio di Petralia Sottana ed esattamente su una collinetta a quota 452m., proprio di fronte alla Casa Cantoniera Vicaretto tra i chilometri 158 e 159 della SP112 ex SS121, a poca distanza dal centro rurale che l’ERAS costruirà in seguito. Il consorzio di bonifica di riferimento sarebbe stato quello di Serra Fichera – Stazione di Vallelunga esteso per circa 9400ha. dove, nel volume “Centri Rurali” edito dall’Istituto Vittorio Emanuele III per il Bonificamento della Sicilia, si progettava la realizzazione di un centro di tipo minimo in località Calcibaida e uno grande in località Almerita. I due agglomerati rurali si sarebbero trovati in una zona in cui i paesi “sono in generale molto distanti dal perimetro, quindi la necessità della costruzione di questi centri rurali per rendere possibile il popolamento”.
La monografia sul territorio di influenza di Borgo Ingrao riportava una precisa descrizione delle parti costituenti la zona entro i 5km intorno al centro rurale che comprendeva

a nord la trazzera che va dalla masseria Verbumcaudo, attraverso il vallone Vicaretto, passa alle “Case Vecchia Susafa” e continua fino a quota 793. Da qui il confine scende verso Nord-Est per un tratto e risale a Nord fino al trigonometrico Catuso (quota 1042). Da questo punto si scende a Sud seguendo il confine tra il Comune di Petralia Sottona e Polizzi Generosa. A circa metri 500 a nord di Cozzo Diana la linea abbandona il confine comunale e scende lungo il;torrente del Duca fino all’incrocio della trazzera per Tudia. Risale poi a Nord seguendo questa trazzera per circa un chilometro, volge a est con una linea retta fino al torrente Canalotto che segue per tutto il suo percorso verso Sud fino alla confluenza col Fosso Tudia. Di qua si dirige a est e poi a sud, attraversa la trazzera per Landro e raggiunge la statale numero 20 al Km. 47 presso l’ex locanda Landro. Prosegue sempre verso sud attraverso la località Manche del Landro e passando ad ovest di Serra recattivo raggiunge il costone Filo di Chibbò che segue fino all’incontro di Chibbò Nuovo. Volge ad est seguendo questa fino alla fattoria Chibbò Nuovo; segue poi la strada interpoderale fino a Portella Palermo dove incontra la Provinciale al Km. 11. Segue il tracciato di questa per circa Km. 2 e poi si distacca dirigendosi verso nord-ovest attraversa la contrada Carcazza e Sottana fino all’incontro col Fiume Belici. Risale quest’ultimo per breve tratto e poi volge ad ovest raggiungendo nuovamente la strada provinciale che attraversa il Km.23 circondando la contrada “Piano la Cucca” e ritornando verso est attraversa ancora la provinciale al km.24,500 presso il casello della ferrovia; prosegue poi, attraversando il Belici, per la masseria Belici. Da qui volge ad ovest seguendo una trazzera ancora il fiume Belici e va ad incontrarsi conla ferrovia Palermo Catania, segue il tracciato di questa fino alla confluenza del torrente Vicaretto con il fiume Belice seguendo il torrente fino all’incontro con la trazzera che porta alle “Case Vecchia Susafa”.

Il progetto di Borgo Ingrao fu presentato il 15 Marzo 1941 dall’Ing. Pietro Villa e doveva rispondere alla necessità “imminente” di realizzazione, espressa dall’Ente di Colonizzazione del Latifondo in una lettera del Maggio di quell’anno. Per l’Ing. Villa, il ruolo del Borgo Rurale – come scriveva nel suo testo “Urbanistica Rurale in Sicilia” – doveva da un lato “fissare la permanenza della famiglia colonica nel podere” e dall’altro rappresentare

oltre che le stazioni di servizio dove l’indispensabile alla vita del contadino vi trova sede, il richiamo spirituale che alla sensibilità schietta e sincera del contadino infonderà un nuovo sentimento di vibrante poesia. Il piccolo ardito campanile della Chiesetta, la torretta della Casa del Fascio, l’antenna della bandiera della scuola, formano l’espressione di una rinnovata concezione spirituale e sociale della vita della stirpe rurale

L’importo iniziale per la costruzione del centro rurale ammontava a 2.724.304Lire dei quali 476.640Lire per “i lavori ed espropriazioni, ivi compresa la percentuale del 17% per spese generali, e 247.664Lire per imprevisti”. L’approviggionamento idrico sarebbe stato agevole grazie alla possibilità di sfruttare l’acquedotto delle Madonie. L’accesso al Borgo era assicurato da due stradelle convergenti nella piazza centrale. Piazza che, come in altri borghi ECLS, ospitava i servizi più importanti tra cui la Scuola con alloggio per la maestra, la casa per le organizzazione del Partito Nazionale Fascista e per la Delegazione podestarile, la stazione dei Carabinieri e la Collettoria postale, la casa sanitaria, l’Ufficio dell’Ente di Colonizzazione, l’Ambulatorio veterinario, la chiesa con la torre campanaria e la casa per il parroco. L’edificio religioso avrebbe avuto una forma a croce greca e sarebbe stato collegato, mediante un portico, alla canonica, prevista ad unica elevazione.

Del pari a semplice elevazione saranno la scuola, la casa per le organizzazioni del PNF, l’ambulatorio veterinario. Gli altri fabbricati sono previsti a doppia elevazione

Il voto n. 4169 espresso con adunanza del 6 Maggio 1941 del CTA del Provveditorato alle Opere Pubbliche per la Sicilia, di cui abbiamo riportato alcuni passaggi, continua sottolineando che

in definitiva si tratta di un centro rurale del tipo A, cosi come è stato determinato con il Decreto Interministeriale 3 Gennaio 1941 – XIX, e per il quale il limite di spesa a carico dello Stato è stabilito in 2.300.000Lire

Tuttavia, l’Ufficio del Genio Civile di Palermo e il Comitato Tecnico Provinciale per la Bonifica Integrale dichiararono che il progetto dovesse essere rielaborato almeno in parte per mantenere la spesa entro i limiti indicati dal Decreto citato. Fu suggerito, dunque, di apportare cambiamenti nelle aule della Scuola, in quanto “in contrasto con le norme per la compilazione dei progetti scolastici, di cui al D.R. 27 Maggio 1940 – XVIII n.875”. Fu, ancora, indicato che il numero di vani della sede del PNF, della Caserma, della Ricevitoria postale e della Casa Sanitaria era eccessivo, “tenendo conto delle reali esigenze di un modesto centro rurale e della necessità di ridurre l’importo del progetto”. Queste alcune delle modifiche da effettuare prima che l’Ente avrebbe provveduto mediante licitazione privata all’appalto dei lavori.
I prezzi furono aggiornati il 30 Giugno 1941 dal  CTA del Provveditorato OOPP che ridusse la spesa a 2.470.888Lire suddivisi in 2.300.000Lire per le opere a totale carico dello Stato,  90.850Lire per le opere con il contributo statale pari all’87,50% (79.700Lire per lavori e 11.150Lire per spese generali) e 80.000Lire per il compenso a corpo per l’Impresa Ferrobeton, coinvolta in questa fase dallo stesso Ente di Colonizzazione per la realizzazione dei fabbricati botteghe artigiani e trattoria. Il contratto di sottomissione fu firmato il 30 Settembre 1941 dall’Ing. Alessandro Alliata, procuratore per la Sicilia della Ferrobeton.
Tra i faldoni custoditi presso l’Archivio Centrale di Stato di Roma, si trova una busta che riporta la dicitura “Borghi rurali di Sicilia – Concessioni e Sussidi”. Qui, vengono descritti tra le altre cose anche i lavori per l’anno 1941 – 1942 riguardanti Borgo Ingrao. Con il Decreto n.2119 del 1 Maggio 1942, la spesa a totale carico dello Stato per la costruzione del Borgo e la sistemazione stradale interna raggiungeva i 2.297.898Lire a cui si sommava la spesa con il contributo ordinario per la costruzione della strada di accesso di 94.506.Lire. Con tali cifre, finalmente, il progetto economico soddisfaceva il Decreto Interministeriale 3 Gennaio 1941 – XIX, citato in precedenza. Circa dieci anno dopo, il 4 Giugno 1952, quando il progetto di Borgo Ingrao svanisce, dall’Ufficio Espropriazioni del Servizio Amministrativo 2° dell’ERAS venne inviata all’Ufficio Lavori un resoconto in cui si informava che “i lavori […] non hanno avuto corso, e della somma era stata richiesta al Ministero l’autorizzazione ad impegnarla per i lavori di completamento di Borgo Bassi“. L’1 Aprile 1954, in riscontro al bollettino n.4719 del 23 Marzo 1953, in cui si chiedevano anche informazioni sulla Strada S. Leo – Malvello – Schirò, veniva comunicato che “Borgo Ingrao non venne costruito per i noti eventi bellici” ma che “i lavori vennero inclusi nel programma dei borghi di Riforma Agraria, sicchè le spese sostenute nel passato potranno essere recuperate in questa nuova fase”.
Con la scomparsa dell’Ente di Colonizzazione e con l’inizio delle attività dell’Ente di Riforma Agraria per la Sicilia (ERAS) in base alla Legge Regionale n.104\1950, il progetto di Borgo Ingrao fu accantonato a favore di una nuova e più estesa azione da realizzare in una prima fase a Tudia e in seguito anche in Contrada Landro. Proprio a Tudia sorge il Centro Aziendale costituito da una chiesa, quattro magazzini per cereali, un magazzino per formaggi, un magazzino deposito concimi chimici, una dispensa, sei vani per abitazioni dei coloni, cinque vani a piano elevato ad uso padronale, un’officina, una tettoia per macchinari, un forno ed una grande tettoia chiusa, divisa ed utilizzata per alloggi per un totale di 7.671mq.
Dalla mappa ERAS sui borghi dell’isola aggiornata al 30 Novembre 1953, il nuovo centro di Tudia risulta tra quelli “progettati o da progettare” insieme a Borgo Baccarato, Margana – Portella della Croce, Runza, Binuara, i Villaggi Schisina e altri ancora.
Nell’Agosto 1955, l’ERAS stilò un accurato piano riassuntivo per tutte le provincie della Sicilia circa le opere realizzate, progettate o in fase di realizzazione di pertinenza dell’Ente e dei Consorzi di Bonifica. Nel comprensorio Serra Fichera – Stazione di Vallelunga furono pianificati otto tra borghi e scuole rurali: Calcibaida – come detto in precedenza volontà ereditata dell’Ente VEIII – Verbumcaudo, Regaleale, Susafa, Fichera, Vicaretto e appunto la scuola di Landro e il centro di tipo B di Tudia, a servizio del P.R.193.
Ad occuparsi della realtà di Tudia fu Danilo Dolci che, durante l’audizione presso la Commissione Parlamentare Antimafia il 13 Novembre 1963, descriveva in modo esemplare la situazione dei pagghiari del Feudo in cui il tessuto sociale era caratterizzato da arretratezza economica, controllo mafioso, comportamento sovente ambiguo (quando non connivente) di molti rappresentanti dello Stato. Dolci scriveva:

Nel 1955 mi sono recato a studiare i feudi di Turrumè e Tudia, vicini a Villalba (siamo ancora nella provincia di Palermo) […]. Vi erano delle persone che abitavano, anche d’inverno, in queste capanne di paglia, le quali hanno delle fondazioni di pietra e terriccio fino ad un metro, mentre sopra sono proprio di paglia; vi erano dei bambini, vi era un desiderio della gente di sopravvivere in quelle circostanze, vi erano persino dei vasi di fiori nelle scatole di conserva, vi era, insomma, una civiltà malgrado la situazione. Abbiamo cominciato a documentare questo fenomeno, che era ignorato; non sapevo, infatti, che in Europa esistessero dei villaggi fatti di paglia. Dopo la prima giornata di lavoro – erano con me degli assistenti sociali, persone anche di valore – siamo tornati a casa; tre o quattro giorni dopo ricevo una telefonata del nostro avvocato […] che chiedeva di parlarmi. Mi sono recato da lui ed egli mi ha informato che era andato a trovarlo il mafioso del feudo di Tudia e gli aveva detto che era consigliabile che io non tornassi più sul luogo in questione. Quando […] sono tornato con alcuni giornalisti e con alcuni fotografi, anche per avere dei testimoni, non ho visto il mafioso, ma i Carabinieri che, non solo ci hanno impedito di continuare il lavoro, ma hanno pure minacciato i giornalisti di togliere loro le macchine fotografiche tanto che, ad un certo momento, siamo stati costretti a rinunciare; soltanto in un altro momento, quasi di sorpresa, siamo riusciti ad andare a scattare le fotografie che ci interessavano. […] Mi ricordo che non so se un appuntato o un brigadiere ci disse che si trattava di una zona di carattere militare e che, quindi, non vi si poteva mettere piede. Ma che quella zona avesse delle particolari esigenze di carattere militare io non l’ho mai saputo

Il racconto fu riportato integralmente in “Inchiesta a Palermo“, la cui prima edizione del 1956 era a cura di Einaudi. A realizzare l’introduzione del libro fu Aldous Huxley che, insieme ad altri illustri intellettuali del Novecento, vedevano in Dolci un punto di riferimento carismatico e rivoluzionario.
Al 31 Dicembre 1956, un nuovo cambio di programma venne riportato sulla mappa dei P.R. e delle zone di influenza dei borghi rurali. In Contrada Landro – dove sorgono alcune case ECLS – si sarebbe realizzato un centro di tipo C, il cui raggio di influenza di circa 1.5Km, avrebbe intersecato un centro C del Consorzio di Bonifica ricadente nel P.R.84 in Contrada Chibbò di cui ad oggi rimangono delle case coloniche a ridosso della Masseria omonima. Di Borgo Tudia, invece, non vi è traccia, escludendo la zona dai piani di riforma fondiaria. A conferma di ciò, alcune missive che il Nucleo dei Carabinieri di Caltanissetta scambiò a metà 1956 con l’ERAS. Secondo i militari, infatti, le condizioni di pubblica sicurezza nella zona “consigliano da tempo l’istituzione di una stazione dei Carabinieri, sinora non potuta realizzare per la mancanza assoluta di idoneo edificio”.  Così, nella nota n.385/54-953 del 17 Maggio 1956 si avanzava “la possibilità di riservare all’Arma uno degli stabili che saranno eretti nel villaggio (Tudia, n.d.r.) e, qualora la presente richiesta fosse accolta, comunicare la data, anche se approssimativa, dell’inizio dei lavori”. A chiarire i piani dell’Ente fu il Direttore Generale Avv. Arcangelo Cammarata che il 9 Giugno 1956 con nota n.3686 comunicava che “in località Landro […] è in programma la costruzione di un borgo di tipo “C” che comprenderà l’edificio scolastico ed eventualmente la Chiesa”. Per Tudia, dove era stata pianificata una Caserma, invece, il progetto fu accantonato poichè l’Organo competente non ritenne utile finanziarlo. Alla fine dei giochi, a Landro non venne mai realizzato nulla e l’unica traccia di un Borgo Tudia, basata sul progetto redatto dalla Direzioni dei Servizi di Ingegneria dell’ERAS, è quella del grande bevaio a ridosso della strada. Le altre recenti strutture non riprendono in alcun modo ne la disposizione ne il progetto avanzato per il Borgo rurale.
Ricalcando il celebre Grand Tour dell’arretratezza e della miseria compiuto nel 1876 da Leopold Franchetti e Sydney Sonnino, il periodico l’Espresso pianificò nel 1959 un viaggio che ripercorreva le tappe dei politici italiani attraverso la Sicilia rurale. L’inchiesta corale dal titolo “L’Africa in Casa” coinvolse Eugenio Scalfari e Nicola Caracciolo, Gianni Corbi e Livio Zanetti che cercavarono di capire cosa fosse cambiato a Tudia ed in Sicilia, incontrando i figli e i nipoti dei mezzadri interrogati otto decenni prima. Ciò che i giornalisti trovarono a Tudia rappresentava uno stato di tragico immobilismo e torpore, lo stesso denunciato da Dolci nel suo scritto. Rispetto ai tempi di Franchetti e Sonnino non era cambiato niente, insomma. Gli schiavi erano ancora lì, rinchiusi nei loro tuguri che dividevano con muli e maiali. La testimonianza di Damiano Gentile, contadino analfabeta di Tudia, raccoglieva ancora tutte le sofferenze di quei siciliani del 1876. Che cos’è la Repubblica? “Non ci sono mai stato”. Qual è la capitale d’Italia? “Non lo so”. Ha mai visto il mare? “No”. Ha mai mangiato pesce? “Qualche sarda”. E’ mai stato al cinema? “Marcellino. In piazza. Quando ci fu l’Annunziata” (continua a leggere).
Nel 2011, Attilio Bolzoni tornò a Tudia e constatò che tutto era cambiato ma che nulla poteva tornare come prima. Scriveva che “oggi, quel mondo è finito per sempre. Sostituito da qualcosa che stenta a crescere”. (continua a leggere).